LA PAZIENZA DELL’UOMO,
LA PAZIENZA DI DIO
Testo (Lc 2,22-40) FESTA DELLA PRESENTAZIONE DEL SIGNORE
22 Quando venne il tempo della loro purificazione secondo la Legge di Mosè, portarono il bambino a Gerusalemme per offrirlo al Signore, 23 come è scritto nella Legge del Signore: ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore; 24 e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o di giovani colombi, come prescrive la Legge del Signore.
25 Ora a Gerusalemme c'era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e timorato di Dio, che aspettava il conforto d'Israele; 26 lo Spirito Santo che era sopra di lui, gli aveva preannunziato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Messia del Signore. 27 Mosso dunque dallo Spirito, si recò al tempio; e mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per adempiere la Legge, 28 lo prese tra le braccia e benedisse Dio:
29 «Ora lascia, o Signore, che il tuo servo
vada in pace secondo la tua parola;
30 perché i miei occhi han visto la tua salvezza,
31 preparata da te davanti a tutti i popoli,
32 luce per illuminare le genti
e gloria del tuo popolo Israele».
33 Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui. 34 Simeone li benedisse e parlò a Maria, sua madre: «Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione 35 perché siano svelati i pensieri di molti cuori. E anche a te una spada trafiggerà l'anima».
36 C'era anche una profetessa, Anna, figlia di Fanuèle, della tribù di Aser. Era molto avanzata in età, aveva vissuto col marito sette anni dal tempo in cui era ragazza, 37 era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. 38 Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme.
39 Quando ebbero tutto compiuto secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nazaret. 40 Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era sopra di lui.
Commento
In questa IV Domenica del Tempo Ordinario le letture sono tratte dalla liturgia della Festa della Presentazione del Signore che ricorre appunto il 2 febbraio. Il Vangelo ci offre l’episodio di Maria e Giuseppe che , secondo la legge di Mosè, portano il proprio bambino al tempio per offrire in cambio di questo una coppia di animali. La loro fedele osservanza della legge permette l’incontro con due personaggi che con altrettanto zelo religioso aspettavano il “conforto d’Israele” cioè il compimento delle attese messianiche e l’incontro con il Cristo di Dio.
Simeone esprime la sua gioia prorompendo in quell'inno che la chiesa prega tutti i giorni nella liturgia di Compieta: “Ora lascia o Signore che il tuo servo vada in pace secondo la tua parola perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza … “ Assomiglia a quei sospiri di soddisfazione e di profonda pace che certi genitori fanno quando vedono i propri figli finalmente sistemati, o a quel sentimento che affiora dopo aver vissuto dei momenti veramente belli, così belli da farti dire che in quel momento potresti anche morire.
La profetessa Anna addirittura viveva notte e giorno nel tempio. Aveva vissuto da giovane sette anni col suo marito e rimasta vedova, era arrivata a ottanta quattro anni, cioè dodici volte sette. Quel suo matrimonio aveva avuto una sua pienezza, simboleggiata dal numero sette; ma la sua vita in quel momento aveva raggiunto una pienezza moltiplicata, dodici volte sette, una pienezza di pienezza. In quell'anno così ricco di simbologia, tanto che l’evangelista Luca non manca di farlo notare, e in quel luogo così sacro alla religione ebraica, la profetessa Anna loda e benedice Dio accogliendo il nuovo tempio di Israele, Gesù di Nazaret, la realizzazione di ogni desiderio umano.
Simeone e Anna ci insegnano la virtù della speranza, la capacità dell’attesa amorosa dello Sposo divino.
Papa Francesco ci ha ricordato che con Dio bisogna avere pazienza e saper aspettare che agisca con i suoi modi e i suoi tempi, proprio come ci ricorda Isaia: “perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie - oracolo del Signore. Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri. (Is 55,8-9)
In questa paziente attesa del rivelarsi anche nelle nostre storie personali della luce del Signore Gesù, ricordiamoci sempre, tuttavia, che per quanto lungo e faticoso possa essere il cammino della nostra paziente attesa, infinitamente più grande è la pazienza del nostro Padre celeste rispetto alle nostre frequenti cadute.
LA VOCE È IMPRIGIONATA, LA PAROLA È LIBERATA
TESTO (Mt 4,12-23)
Quando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato, si ritirò nella Galilea, lasciò Nàzaret e andò ad abitare a Cafàrnao, sulla riva del mare, nel territorio di Zàbulon e di Nèftali, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaìa:
«Terra di Zàbulon e terra di Nèftali,
sulla via del mare, oltre il Giordano,
Galilea delle genti!
Il popolo che abitava nelle tenebre
vide una grande luce,
per quelli che abitavano in regione e ombra di morte
una luce è sorta».
Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino».
Mentre camminava lungo il mare di Galilea, vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. E disse loro: «Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini». Ed essi subito lasciarono le reti e lo seguirono. Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello, che nella barca, insieme a Zebedeo loro padre, riparavano le loro reti, e li chiamò. Ed essi subito lasciarono la barca e il loro padre e lo seguirono.
Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo.
COMMENTO
Riassunto delle puntate precedenti: La luce del Verbo è apparsa nelle tenebre del mondo; Gesù di Nazareth compie l’immersione rituale nelle acque della nostra umanità malata e offuscata dal peccato perché noi possiamo essere immersi nel suo spirito, nelle acque di quell’oceano di pace che è Dio stesso, l’Amore, la comunione divina del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.
Dal gesto che annuncia e significa, ora Gesù passa all’annuncio tramite le parole e le opere. Non appena la voce che ha gridato nel deserto viene imprigionata, il Verbo-Parola Gesù di Nazaret entra in azione perché si può arrestare la voce ma non il contenuto di salvezza che essa porta. Proprio perché la voce del Battista annuncia la liberazione e la vicinanza del Regno dell’amore di Dio, il tentativo violento e criminale di arrestare il suo corso rende più manifesta la sua potenza, la sua efficacia, il suo messaggio di felicità che dice “beati i perseguitati a causa della giustizia perché di essi è il Regno dei cieli”. Ora entra in azione Gesù. Tace la voce, corre la Parola; si estingue il suono, risuona l’armonia; si addensano le ombre di morte, si leva la luce; Erode occulta la verità ma la forza di essa è inarrestabile e comincia ad agire, a cambiare la vita di chi ne riceve l’annuncio.
Gesù passa sulle rive del mare di Galilea annunciando la vicinanza del suo regno e invitando alla conversione, al cambiamento delle nostre priorità. Le due coppie di fratelli chiamati da Gesù sono invitati a ridefinire l’obbiettivo della loro vita perché ormai il tempo è breve ed è più urgente che volgano la loro competenza di pescatori al salvataggio degli uomini, più che alla ricerca del cibo materiale. In fondo l’operaio del Regno ha diritto al suo cibo e c’è un pane spirituale che nutre per la vita eterna e di cui l’umanità soffre terribilmente la mancanza; proprio questo cibo può moltiplicare le forze anche per il reperimento e la condivisione di quello materiale.
Ora tutto diventa nuovo, ogni cosa assume un senso nuovo, ogni rapporto umano può essere ridefinito. Pietro e Andrea, Giacomo e Giovanni sono chiamati a vivere il loro essere fratelli in un contesto di nuove relazioni, in cui il cardine è Gesù stesso che ci rende fratelli nella verità, perché ci riporta alla verità della nostra comune figliolanza divina.
Noi discepoli di questo tempo dobbiamo essere fratelli nella ricerca dell’umanità perduta, fratelli come Pietro e Andrea nel comune desiderio di trasmettere la bellezza dell’esperienza del Signore. Dobbiamo essere fratelli anche nel riparare le reti, come Giacomo e Giovanni, perché non accada che le nostre fatiche pastorali non raccolgano alcunché per i troppi buchi nei nostri tessuti ecclesiali, per le troppe smagliature nelle nostre relazioni fraterne.
Al termine di una settimana di preghiera per l’unità dei cristiani ci gioverebbe ricordare che ogni nostra impresa apostolica è destinata a successi di corto respiro se non affonda radici in esperienze di comunione; le nostre diverse appartenenze associative o movimentistiche ci aiutano a sentirci più Chiesa e a gettare insieme le reti oppure al contrario ci fanno assopire tranquillamente all’interno delle nostre barche?
La staffetta della luce
TESTO (Gv 1,29-34)
29 Il giorno dopo, Giovanni vedendo Gesù venire verso di lui disse: «Ecco l'agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato del mondo! 30 Ecco colui del quale io dissi: Dopo di me viene un uomo che mi è passato avanti, perché era prima di me. 31 Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare con acqua perché egli fosse fatto conoscere a Israele». 32 Giovanni rese testimonianza dicendo: «Ho visto lo Spirito scendere come una colomba dal cielo e posarsi su di lui. 33 Io non lo conoscevo, ma chi mi ha inviato a battezzare con acqua mi aveva detto: L'uomo sul quale vedrai scendere e rimanere lo Spirito è colui che battezza in Spirito Santo. 34 E io ho visto e ho reso testimonianza che questi è il Figlio di Dio».
COMMENTO
Come all’approssimarsi delle olimpiadi la fiaccola olimpica viene portata da personaggi sempre più noti del mondo sportivo e per ultimo da colui che, più di spicco rispetto agli altri, ha l’onore nel giorno inaugurale di accendere il grande bracere, similmente Giovanni il battezzatore vede arrivare il momento di passare il testimone al vero protagonista, all’ultimo tedoforo, al portatore di quella fiamma che dovrà ardere ed esplodere in tutto il suo bagliore non sul monte Olimpo ma sul Calvario, luogo ben più decisivo e cruciale per i destini umani; perché la coscienza di ogni uomo sia rischiarata, perché siano svelati i pensieri di molti cuori, perché finalmente Cristo realizzi nella sua carne “l’immersione” ( leggi: il battesimo ) nella nostra storia di peccato preannunciata ritualmente nel Battesimo al Giordano.
Questo è stato il desiderio più ardente e tremendo del nostro salvatore, la sua vera passione: accendere il fuoco della carità divina per purificare e infiammare i cuori e che doveva accendersi sulla croce, tanto che lui stessa dirà: “Sono venuto a portare il fuoco sulla terra; e come vorrei che fosse già acceso! C'è un battesimo che devo ricevere; e come sono angosciato, finché non sia compiuto! “ (Lc 12,49-50).
In questo caso tuttavia l’ultimo portatore e testimone della fiamma, Gesù di Nazaret, è la luce stessa e per questo Giovanni dice di lui: “Ecco colui del quale io dissi: Dopo di me viene un uomo che mi è passato avanti, perché era prima di me.” Gesù è luce e le tenebre non l’hanno accolta ma non hanno potuto arrestare il suo tragitto e il suo destino apportatore di salvezza. La cometa che ha guidato i magi a Betlemme non si è spenta, ma ha continuato a viaggiare perché è stata guidata dalla Luce che era prima di lei e che doveva guidare il Figlio alla sua piena rivelazione, iniziata nel Giordano, compiuta nella Pasqua, manifestata a tutte le genti nella Pentecoste.
A noi atleti dello spirito il compito della lotta gioiosa e vittoriosa che si avvale della forza dell’unico vincitore Cristo Gesù, ricordando l’ammonimento di San Paolo: “ Non sapete che nelle corse allo stadio tutti corrono, ma uno solo conquista il premio? Correte anche voi in modo da conquistarlo! Però ogni atleta è temperante in tutto; essi lo fanno per ottenere una corona corruttibile, noi invece una incorruttibile.(1 Cor 9,24-25). E dunque, detto in altri termini, accogliendo l’invito alla conversione prima che “i giochi siano fatti”.
IL FIGLIO PREDILETTO DI DIO: L'UOMO DELLA PORTA ACCANTO.
TESTO ( Cf Mt 3,13-17 )
13 In quel tempo Gesù dalla Galilea andò al Giordano da Giovanni per farsi battezzare da lui. 14 Giovanni però voleva impedirglielo, dicendo: «Io ho bisogno di essere battezzato da te e tu vieni da me?». 15 Ma Gesù gli disse: «Lascia fare per ora, poiché conviene che così adempiamo ogni giustizia». Allora Giovanni acconsentì. 16 Appena battezzato, Gesù uscì dall'acqua: ed ecco, si aprirono i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio scendere come una colomba e venire su di lui. 17 Ed ecco una voce dal cielo che disse: «Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto».
COMMENTO
L’incarnazione del Verbo è stata un’esperienza pienamente e veramente umana:il figlio di Dio, del solo e unico Dio, si presenta fin da subito come un uomo che viene per condividere tutto ciò che è implicato nei nostri cammini di vita quotidiana. Facendosi battezzare da Giovanni, Gesù vuole che in questo modo ogni giustizia sia adempiuta, vuole significarci che la sua natura umana è come la nostra, ferita dalle conseguenze del peccato, pur essendo egli stesso esente da ogni macchia di peccato. Sembrerebbe quest’ultimo un limite della sua discesa verso il basso, della sua umiliazione verso la nostra condizione di fragilità, quasi una riserva nel suo avvicinarsi a noi nella condivisione di tutto ciò che caratterizza la nostra vita fatta anche di peccati.
Dovremmo dire invece il contrario: il figlio di Dio ha assunto tutta la nostra condizione umana eccetto il peccato, cioè non solo si è incarnato ma ha assunto le conseguenze del peccato dell’uomo pur non avendolo commesso neppure in minima parte. Gesù si fa battezzare non tanto per dare l’esempio a coloro che erano con Giovanni ma perché doveva e voleva rivelarsi come colui che voleva immergersi ( proprio il significato letterale di battezzarsi) nelle nostre sabbie mobili di debolezze e fragilità.
Dio si fa proprio uno di noi, l'uomo della porta accanto: la sua umanità è tanto vera e reale che deve essere anch'essa immersa nel bagno rigeneratore del Battesimo . Quell'immergersi nel Giordano pre-annuncia appunto il gesto della crocifissione per la quale Gesù si immergerà totalmente nelle conseguenze nefaste dei nostri peccati, per tirarcene tutti fuori.
L'unico vero Dio che Gesù ci ha fatto conoscere non viene per nuocere, ma per salvare; non chiede sacrifici, ma si sacrifica Lui stesso per amore, chiedendo solo di accoglierlo coltivando nei nostri cuori quel seme di vita nuova, il germoglio di un sistema di valori, di rapporti umani, di principi di vita incentrati sul dono di sé. Se scoperto e vissuto fino in fondo, il Vangelo avrebbe ancora oggi un potenziale di liberazione spirituale e quindi concretamente reale inimmaginabile.
“Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto”. La voce divina conferma la vicinanza e la compartecipazione di Dio al progetto del Figlio, cosicché se Gesù si compiace di discendere nelle acque del Giordano, nelle acque dei nostri diluvi umani e il Padre si compiace di lui, la catena di comunione Dio-uomo è riannodata e rinsaldata nell’umanità del Cristo stesso, e più nulla potrà romperla di nuovo. Direbbe San Paolo: “Se Dio è per chi sarà contro di noi?” (Rm 8,31)
Vietato l'ingresso ai maggiori di …
TESTO ( Mt 2, 13-15; 19-23 )
I Magi erano appena partiti, quando un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: «Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre, fuggi in Egitto e resta là finché non ti avvertirò: Erode infatti vuole cercare il bambino per ucciderlo».
Egli si alzò, nella notte, prese il bambino e sua madre e si rifugiò in Egitto, dove rimase fino alla morte di Erode, perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: «Dall’Egitto ho chiamato mio figlio».
Morto Erode, ecco, un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe in Egitto e gli disse: «Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre e va’ nella terra d’Israele; sono morti infatti quelli che cercavano di uccidere il bambino».
Egli si alzò, prese il bambino e sua madre ed entrò nella terra d’Israele. Ma, quando venne a sapere che nella Giudea regnava Archelao al posto di suo padre Erode, ebbe paura di andarvi. Avvertito poi in sogno, si ritirò nella regione della Galilea e andò ad abitare in una città chiamata Nàzaret, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo dei profeti: «Sarà chiamato Nazareno».
COMMENTO
Lo sposo di Maria era un uomo che sognava spesso: stando al Vangelo di Matteo almeno in quattro occasioni: una prima volta un angelo gli "spiega" la gravidanza di Maria ( Mt 1,20), e poi i tre episodi del brano in questione.
Spesso nella Bibbia il sogno non è la sede dell'ir-razionalità, ma piuttosto della sovra-razionalità, un "luogo" in cui Dio si comunica e si lascia intravedere, un "luogo" che è imprendibile dai sensi della ragione , che appunto è al di là del definibile.
E' durante il sonno del primo uomo che Dio modella a partire dalla carne di lui la prima donna; è durante un sogno che Giacobbe intuisce la presenza di Dio nel luogo in cui si trovava. Per venire a fatti più recenti , è durante un sogno che i Magi sono avvertiti di non tornare da Erode a fargli il resoconto di ciò che avevano visto.
Per comprendere certe cose la ragione non basta! Le cose di Dio , certe ispirazioni che vengono dall'Alto possono essere colte solo con una percezione intima , sintetica , immediata , intuitiva.
Quello che avviene in un sogno in fondo è difficilmente spiegabile: rimane sempre qualcosa dai contorni sfumati, ne resta piuttosto una sensazione, come un sapore, una sorta di "retro gusto".
Giuseppe obbedisce a dei sogni, obbedisce alla voce di Dio che non gli chiede di capire, di cogliere una logica, ma di accogliere il Mistero che si fa strada e che per far questo ha bisogno della sua strada e dei suoi passi.
Giuseppe , uomo umile davanti a Dio e umile laddove la ragione umana vorrebbe de-finire, limitare i contorni di tutto, possedere le spiegazioni di tutto, comprendere le ragioni remote e i fini ultimi.
Giuseppe, uomo dell'abbandono . Abbandonarsi alle sorti e al destino di un bambino e di una " ragazza madre ". Un abbandono che fiorisce nel giardino della fede semplice e umile dei puri di cuore.
Le sorti del Regno del Dio hanno bisogno di una fede come quella di Maria e di Giuseppe, coppia inedita nella storia della Bibbia, coppia "capo-lavoro" della Grazia di Dio e dell'umiltà umana.
Potremmo domandarci all'infinito cosa ne sarebbe stato dei piani di Dio se la libertà di Maria o di Giuseppe avesse detto " NO ! "
Ma perché chiedersi gli infiniti modi con cui Dio ci avrebbe potuto salvare? La salvezza ha questo volto: l'umiltà di un bambino, scarrozzato a destra e a sinistra, come fosse un pacco, di Natale appunto.
Mi fa' pensare a tanti bambini in Bénin: sballottati dalle schiene delle loro mamme alla polvere delle loro dimore, e trasportati sulle moto poco meglio di un sacco, in due, tre, a volte anche in quattro.
Il racconto ci presenta Gesù in balia degli eventi, di una storia che sembra trascinarlo qua e là secondo il capriccio di un potente di turno. Ma sarà invece proprio Lui a cambiare la sorte degli eventi. Per capire il modo di operare di Dio bisogna essere piccoli come il piccolo Gesù, bisogna partire dal basso, bisogna accogliere questa storia , la mia , quella di questo frangente. Forse una storia che mi sta schiacciando, che mi fa' sentire naufrago anziché navigante, vagabondo anziché pellegrino, precario anziché confermato, una storia che mi attraversa senza lasciarsi vivere e decifrare.
Qui e adesso nasce il piccolo Gesù: nel momento in cui lo celebriamo come nel giorno in cui nacque a Nazareth. Gesù si fa' piccolo nel mio cuore, si fa' speranza concreta nel mio cuore, e che chiede di essere alimentata , cresciuta, custodita. Bisogna però essere piccoli come lui, lasciando che l'inevitabile ci sballotti qua e là; e chiudere gli occhi come Giuseppe, lasciandosi prendere per mano dalle nostre più intime e segrete ispirazioni. Tutto può cambiare, ma non per chi troppe volte ha l'abitudine dire " …ormai! ", per quelli che pensano che ci siano sempre e solo strade a senso unico con divieto di inversione.
Anche una vita banale può diventare bella. L'invito di Nazareth è a farsi piccoli , ad accettare quello che siamo e quello che abbiamo perché … chi avrebbe potuto immaginare che la Salvezza di tutto si rendesse presente in una stalla? Generalmente tra la paglia di una stalla si trova altro! In quella di Betlemme per noi c'è Tutto.
Per capire il sole sfolgorante di Pasqua e non lasciarsene abbagliare bisogna farsi familiari della piccola luce di Natale. Quella luce sarà troppo forte e imprendibile se non avremo preso dimestichezza con la piccola stella di Nazareth.
Auguri a tutti i " minorenni " del mondo.
Fra Damiano Angelucci da Fano.
Ciò che non si osa sperare
Testo (Mt 1,18-25)
La nascita di Gesù Cristo avvenne in questo modo.
Maria, sua madre, era stata promessa sposa a Giuseppe e, prima che fossero venuti a stare insieme, si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. 19 Giuseppe, suo marito, che era uomo giusto e non voleva esporla a infamia, si propose di lasciarla segretamente. 20 Ma mentre aveva queste cose nell'animo, un angelo del Signore gli apparve in sogno, dicendo: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua moglie; perché ciò che in lei è generato, viene dallo Spirito Santo. 21 Ella partorirà un figlio, e tu gli porrai nome Gesù, perché è lui che salverà il suo popolo dai loro peccati».
22 Tutto ciò avvenne, affinché si adempisse quello che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta:
23 «La vergine sarà incinta e partorirà un figlio,
al quale sarà posto nome Emmanuele»,
che tradotto vuol dire: «Dio con noi».
24 Giuseppe, destatosi dal sonno, fece come l'angelo del Signore gli aveva comandato e prese con sé sua moglie; 25 e non ebbe con lei rapporti coniugali finché ella non ebbe partorito un figlio; e gli pose nome Gesù.
Commento
Giuseppe figlio di Davide, ma di una linea marginale della sua discendenza; Giuseppe forse sapeva di non avere più nel DNA familiare i presupposti per essere o per generare il profeta-messia atteso dai giudei come salvatore. Tuttavia , proprio laddove la nostra umanità non può arrivare , può giungere Dio con il suo potente amore, per compiere l’inattendibile e l’inimmaginabile. Il merito di Giuseppe? Aver capito che comunque Maria lo avrebbe reso felice, anche se non poteva immaginare come. Giuseppe non ha cercato una moglie della sua tribù, quella di Giuda, non si è preoccupato di custodire una discendenza adeguata alle sue radici, ma ha cercato le bellezza del cuore.
Non ci sono meriti umani nella salvezza di Dio, se non quello di cogliere i segni della sua presenza che lui sempre ci dà, con tutta l’umiltà che questo richiede. E la bellezza del cuore di Maria si è rivelata nel non cercare di salvare la faccia a tutti i costi, ma nell’abbandonarsi solamente alla volontà di Dio così come l’ha compresa nell’annuncio dell’angelo, accettando di sopportare il sospetto e la derisione degli uomini; il cuore di Maria e di Giuseppe è un cuore pulito che non cerca compromessi, né scorciatoie o toppe che a volte producono danni peggiori di quelli che vorrebbero riparare.
Dio ci ama e ci salva gratis ma entra dove trova porte aperte.
Segni Credibili Di Gioia Nuova
TESTO ( Mt 11,2-11 )
2 Giovanni intanto, che era in carcere, avendo sentito parlare delle opere del Cristo, mandò a dirgli per mezzo dei suoi discepoli: 3 «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo attenderne un altro?». 4 Gesù rispose: «Andate e riferite a Giovanni ciò che voi udite e vedete: 5 I ciechi ricuperano la vista, gli storpi camminano, i lebbrosi sono guariti, i sordi riacquistano l'udito, i morti risuscitano, ai poveri è predicata la buona novella, 6 e beato colui che non si scandalizza di me». 7 Mentre questi se ne andavano, Gesù si mise a parlare di Giovanni alle folle: «Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna sbattuta dal vento? 8 Che cosa dunque siete andati a vedere? Un uomo avvolto in morbide vesti? Coloro che portano morbide vesti stanno nei palazzi dei re! 9 E allora, che cosa siete andati a vedere? Un profeta? Sì, vi dico, anche più di un profeta. 10 Egli è colui, del quale sta scritto:
Ecco, io mando davanti a te il mio messaggero
che preparerà la tua via davanti a te.
11 In verità vi dico: tra i nati di donna non è sorto uno più grande di Giovanni il Battista; tuttavia il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui.
COMMENTO
La piena conoscenza della persona di Cristo rimane incolmabile anche per Giovanni Battista che pure lo aveva battezzato nelle acque del Giordano e al quale era stato rivelato: “Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto” (Mt3,17).
Gesù è mistero, cioè evento umano che porta in sé il divino, per definizione incontenibile nella mente umana, tanto che solo quando Egli si sarà definitivamente manifestato “… lo vedremo così come egli è” (I Gv 3, 2). Per questo Gesù alla domanda di Giovanni: “ Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?», non può che rinviarlo alla lettura dei suoi gesti, delle sue guarigioni, di quei segni che da una parte confermano le attese dei profeti, e dall’altro proclamano la beatitudine di chi non si scandalizza di lui, di chi proprio come il Battista è disposto a pagare di persona la fedeltà alla verità.
La nostra esperienza di Cristo deve dunque avvenire primariamente non per una conoscenza intellettuale, concettuale , e neppure per un’osservanza di norme morali, ma in un incontro con la sua presenza nella storia: la contemplazione delle bellezze del creato, la vita di preghiera e sacramentale che ci comunicano la sua presenza di Grazia, la compassione di chi è fragile, debole, di tutti coloro la cui condizione marginale è stata scelta da Colui che “pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; … umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce.” (cfr Fil 2,1-11).
Ricordiamo ciò che Benedetto XVI ha scritto e Papa Francesco ripreso nella sua recente Esortazione Apostolica: “«All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e, con ciò, la direzione decisiva». (Deus Caritas est, 1).