giovedì 31 ottobre 2013

Solennità di TUTTI I SANTI. 1 novembre 2013



PARTIRE DAL(LA) FINE 


TESTO (Mt 5,1-12)

In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:
«Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono nel pianto,
perché saranno consolati.
Beati i miti,
perché avranno in eredità la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per la giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».


COMMENTO

Propongo una lettura alla rovescia di tutta la Bibbia, dall’Apocalisse alla Genesi, così da stupirsi dapprima della meravigliosa bellezza della Gerusalemme celeste per arrivare alle testimonianze della resurrezione di Cristo fatte dai pilastri della Chiesa, passando per i Vangeli dove si narra la stupenda vittoria di Gesù sul male e sulla morte, per arrivare alle origini della nostra caduta e della creazione. Così la smetteremmo di scandalizzarci della sofferenza, della cattiveria e del male degli uomini, e tutte queste tristi realtà sarebbero illuminate dalla gloria futura che ci attende e dalla definitiva vittoria di Cristo, vittoria che sarà anche la nostra e di tutti i santi.
Un modo diverso di porsi domande che non sia sempre quello che si blocca allo scandalo del dolore innocente chiedendosi il perché di tanta sofferenza conseguenza della caduta originale, ma che parta dalla bellezza della vittoria di Cristo, dal profumo del suo e nostro destino , dal fascino di quello che ci aspetta, passato tutto e dopo aver sopportato tutto. Questo tutto che sta nel mezzo diventerebbe molto più soave e ci farebbe esclamare come a Sant’Agostino: “Felice colpa che ci meritò un così grande Redentore”. 

sabato 26 ottobre 2013

Commento al Vangelo XXX Dom TO anno C. 27 ottobre 2013



Fissando il Signore



TESTO (Lc 18,9-14)

In quel tempo, Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri: 
«Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano. 
Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo”. 
Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”. 
Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato».


COMMENTO

Lo spirito di competizione e di arrivismo inquina i rapporti umani e a volte anche quelli spirituali, perché ci porta a fare la gara sull’altro anziché sul traguardo da raggiungere. La meta del nostro pellegrinaggio è l’incontro con il Signore e già possiamo in anticipo assaporarla se apriamo la nostra coscienza alla sua legge di amore, alla sua Parola, alla pratica sincera dei suoi comandamenti. Ecco, dovremmo fare la gara su di lui, capendo quanto mi manca al traguardo; perché così facendo avremo sempre qualche lacuna da colmare e troveremo nella sua misericordia il necessario per restare al passo e confidare serenamente nel raggiungimento della meta.
Invece spesso facciamo come il fariseo che non pensa al traguardo ma semplicemente a stare davanti all’avversario. E il suo cuore è chiuso davanti ai tesori di Grazia del Signore perché il suo dire grazie è sterile , vuoto, senza contenuto. Certo, lui dice “O Dio, ti ringrazio … ” ma poi fa l’elenco delle cose che lui stesso è capace di fare e delle cose sbagliate che altri fanno e che lui non fa. Non riconosce che la sua giustizia viene da Dio e che da lui ha imparato la via del bene, ma al contrario attribuisce a se stesso ogni sua opera buona. 

sabato 19 ottobre 2013

Commento al Vangelo XXIX Dom TO anno C. 20 ottobre 2013

ABBI FEDE, E METTICI IL GATTO


TESTO (Lc 18, 1-8)

Propose loro ancora questa parabola per mostrare che dovevano pregare sempre e non stancarsi: «In una certa città vi era un giudice, che non temeva Dio e non aveva rispetto per nessuno; e in quella città vi era una vedova, la quale andava da lui e diceva: "Rendimi giustizia sul mio avversario". Egli per qualche tempo non volle farlo; ma poi disse fra sé: "Benché io non tema Dio e non abbia rispetto per nessuno, pure, poiché questa vedova continua a importunarmi, le renderò giustizia, perché, venendo a insistere, non finisca per rompermi la testa"». Il Signore disse: «Ascoltate quel che dice il giudice ingiusto.  Dio non renderà dunque giustizia ai suoi eletti che giorno e notte gridano a lui? Tarderà nei loro confronti?  Io vi dico che renderà giustizia con prontezza. Ma quando il Figlio dell'uomo verrà, troverà la fede sulla terra?»


COMMENTO

Si dice che anni fa’ un nostro confratello fu invitato da un contadino a benedire la sua stalla perché era infestata da topi. Il mite confratello  invocò la benedizione del Signore con un apposito formulario che una volta esisteva per questo e altri problemi simili della vita di campagna. Terminata la benedizione il contadino esitante chiese al frate: “Padre, funzionerà?” E il frate prontamente rispose: “Ma fratello, abbi fede! E mettici il gatto”.
La vedova della parabola è l’immagine di una persona priva di ogni potere, forza o strumento di convincimento; tuttavia ella mette in opera tutto quello che può fare e chiede giustizia con insistenza, fino a importunare il giudice. 
Gesù ci dice: se il giudice iniquo fa giustizia a colei che la importuna, quanto più Dio che è sommamente buono non farà giustizia a tutti noi? La forza della preghiera è misteriosa ma potente, sposta le montagne della nostra indifferenza e delle nostre paure. Stranamente è una forza che più si usa e più si rigenera.

sabato 12 ottobre 2013

Commento Vangelo XXVIII Dom TO anno C. 13 0ttobre 2013

Vivere nel ringraziamento

Testo ( Lc 17,11-19)

Lungo il cammino verso Gerusalemme, Gesù attraversava la Samarìa e la Galilea. 
Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, che si fermarono a distanza e dissero ad alta voce: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!». 
Appena li vide, Gesù disse loro: «Andate a presentarvi ai sacerdoti». E mentre essi andavano, furono purificati. 
Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un Samaritano. 
Ma Gesù osservò: «Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?». E gli disse: «Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato!».

COMMENTO 

Se dovessimo fare un titolo di giornale con il suo stile sintetico, lapidario e che invogli alla lettura, potremmo scrivere: “dieci guariti, un solo superstite”. Oppure, a voler calcare un po’ più la mano: “La lebbra dell’ingratitudine”. 
Gesù non si presenta come un guaritore dei giorni nostri ma come un Salvatore, come uno che ci salva dalla morte eterna perché ci salva dalla radice che l’ha provocata: il peccato e il male. 
Purtroppo uno solo di questi dieci intuisce la portata divina della guarigione apportata da Gesù, mentre gli altri si fermano al dato fisico, immediato. Diciamo che si accontentano di molto poco, delle briciole, di una guarigione che non li salverà dalla malattia irreversibile della chiusura alla Grazia di Dio personificata da Gesù di Nazareth.
Il samaritano invece torna da Gesù a rendergli lode e grazie perché ha riconosciuto che in quest’uomo c’è qualcosa di grande, ben più grande della ritrovata salute. Gesù è la fonte di ogni Grazia, di ogni misericordia. Possiamo sperimentarlo anche noi ogni giorno: il dono ricevuto è cosa bella che gratifica sempre, ma la gratitudine salva perché apre il cuore alla risposta, al riconoscimento che tutto ci viene donato, che da soli non siamo nulla e che tutto riceviamo. E di qui, lungo questo cammino, possiamo risalire alla fonte e ad arrivare a dire come San Francesco d’Assisi: “Tu sei santo, Signore Iddio unico, che fai cose stupende […] Tu sei la nostra speranza. Tu sei la nostra fede. Tu sei la nostra carità. Tu sei tutta la nostra dolcezza. Tu sei la nostra vita eterna, grande e ammirabile Signore, Dio onnipotente, misericordioso Salvatore”

domenica 6 ottobre 2013

Commento al Vangelo XXVII Domenica TO anno C. 6 ottobre 2013



VOLARE ALTO


TESTO (Lc 17,5-10)

In quel tempo, gli apostoli dissero al Signore: «Accresci in noi la fede!». 
Il Signore rispose: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “Sràdicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe.
Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: “Vieni subito e mettiti a tavola”? Non gli dirà piuttosto: “Prepara da mangiare, stríngiti le vesti ai fianchi e sérvimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu”? Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti? 
Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”».

COMMENTO

Di fede non ce n’è mai abbastanza, perché ci si sente sempre un po’ allo scoperto quando l’imprevisto sorprende o quando il dolore che non aspetteresti ti prende il cuore. Un filosofo del secolo scorso, Bergson, diceva che occorrerebbe un “supplemento d’anima”: potremmo dire che a volte sentiamo la mancanza di quel di più che porti il nostro cuore più in alto per scorgere prospettive ancora ignote, o per arrivare ad intuire la destinazione della strada che stiamo percorrendo. 
In realtà capiamo che non servirebbe a nulla sradicare un gelso da terra e piantarlo in mare ma che sarebbe molto più utile sradicare dalle nostre coscienze il peso dei rancori e delle offese non perdonate, l’amarezza dell’affetto non ricambiato e quell’incredulità che impedisce di volare alto e di guardare lontano.
Anche noi come gli apostoli chiediamo al Signore: dacci un supplemento d’anima, “accresci in noi la fede”!

domenica 29 settembre 2013

Commento al Vangelo XXVI Dom TO Anno C. 29 sett 2013




LA GINNASTICA DEL CUORE



TESTO ( Lc 16, 19 – 31 )

In quel tempo, Gesù disse ai farisei: 
«C’era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe. 
Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: “Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma”. 
Ma Abramo rispose: “Figlio, ricòrdati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi”. 
E quello replicò: “Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento”. Ma Abramo rispose: “Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro”. E lui replicò: “No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno”. Abramo rispose: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti”».


COMMENTO

La Beata Teresa di Calcutta diceva di essere scandalizzata non tanto dall’esistenza dei poveri quanto dallo spreco dei ricchi. La storia-parabola che Gesù ci racconta mette l’attenzione su un pericolo molto concreto legato al possesso dei beni: la cecità della coscienza. Quest’uomo ricco non mancava di nulla tranne che della cosa più importante, cioè della sensibilità del cuore, della capacità di accorgersi che qualcuno davanti alla sua porta si sarebbe accontentato anche solo delle sue briciole, tanto era indigente. Il ricco ha ormai un cuore intorpidito e sclerotizzato dalla cupidigia del godimento immediato.

Non dobbiamo attendere che qualcuno bussi alla nostra porta per farci prossimi ma dobbiamo essere noi ad essere sempre vigilanti nella sobrietà del cuore e della vita in generale. Affidarsi alla fugace soddisfazione di ciò che passa ci impedisce di vedere il volto di Gesù nel bisognoso, e questo ci chiude in modo definitivo le porte della salvezza.

sabato 21 settembre 2013

Commento al Vangelo XXV Dom TO anno C. 22 settembre 2013



         DISONESTI PER IL REGNO DEI CIELI

 

 TESTO ( Lc 16,1-13)
 

In quel tempo, Gesù diceva ai discepoli:  «Un uomo ricco aveva un amministratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi. Lo chiamò e gli disse: “Che cosa sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non potrai più amministrare”.
L’amministratore disse tra sé: “Che cosa farò, ora che il mio padrone mi toglie l’amministrazione? Zappare, non ne ho la forza; mendicare, mi vergogno. So io che cosa farò perché, quando sarò stato allontanato dall’amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua”.  Chiamò uno per uno i debitori del suo padrone e disse al primo: “Tu quanto devi al mio padrone?”. Quello rispose: “Cento barili d’olio”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta, siediti subito e scrivi cinquanta”. Poi disse a un altro: “Tu quanto devi?”. Rispose: “Cento misure di grano”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta e scrivi ottanta”.
Il padrone lodò quell’amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza. I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce.
Ebbene, io vi dico: fatevi degli amici con la ricchezza disonesta, perché, quando questa verrà a mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne. Chi è fedele in cose di poco conto, è fedele anche in cose importanti; e chi è disonesto in cose di poco conto, è disonesto anche in cose importanti. Se dunque non siete stati fedeli nella ricchezza disonesta, chi vi affiderà quella vera? E se non siete stati fedeli nella ricchezza altrui, chi vi darà la vostra?
Nessun servitore può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza».

 

COMMENTO

Poteva andare diversamente ma in noi uomini di fatto si è infiltrato un germe di disonestà nel  modo di amministare i tantissimi doni che il Signore ci ha fatto, primo tra tutti la vita, e ci ritroviamo così incapaci di corrispondere a così tanta Grazia ricevuta. La parabola raccontata da Gesù è molto realista , parte dalla nostra situazione di umanità ferita, fotografa quell’umanità che aveva davanti agli occhi: naturalmente bella ma ferita a morte dal peccato dell’egoismo e della ribellione.
 

Quale è il paradosso in tutto ciò? Direi proprio l’invito ad andare fino in fondo nella nostra disonestà e nella nostra infedeltà, donando il più possibile i tesori che amministriamo per conto del padrone ai nostri fratelli, a quelli che come noi sono debitori verso il “Padrone”. 

L’elogio fatto dal padrone al suo amministratore infedele è assolutamente paradossale, ma proprio qui si trova il trucco narrativo di Gesù, il suo voler racchiudere le perle del suo insegnamento in aspetti che stupiscono la logica comune. Continuare ad essere disonesti, a dar via le ricchezze del Padrone, privilegiando tuttavia i fratelli perché siano proprio questi ad accoglierlo quando si resterà senza nulla.
 

Anche noi un giorno ci troveremo spogli di tutto, nudi dinanzi al giudizio di Dio, ricchi solamente di ciò che avremo donato agli altri. Ecco allora che il Signore di ogni Grazia ci affiderà la ricchezza vera, quella che dura per la vita eterna, e come si dice nel rito delle esequie saranno proprio i beneficiari della nostra generosità (con la ricchezza altrui) ad accoglierci alle porte del Paradiso.