fra Damiano Angelucci da Fano ( OFM Capp): frate itinerante
venerdì 19 luglio 2013
Commento al Vangelo XVI Dom TO. 21 luglio '13
PAROLE VIVENTI
TESTO ( Lc 10,38-42 )
38 Mentre erano in cammino, Gesù entrò in un villaggio; e una donna, di nome Marta, lo ricevette in casa sua. 39 Marta aveva una sorella chiamata Maria, la quale, sedutasi ai piedi di Gesù, ascoltava la sua parola. 40 Ma Marta, tutta presa dalle faccende domestiche, venne e disse: «Signore, non ti importa che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». 41 Ma il Signore le rispose: «Marta, Marta, tu ti affanni e sei agitata per molte cose, ma una cosa sola è necessaria. 42 Maria ha scelto la parte buona che non le sarà tolta».
COMMENTO
... se ci prendessimo seriamente in custodia
l'uno con l'altro, potremmo trasmetterci comunque l'Amore
anche a partire da fedi differenti.
La relazione da cuore a cuore, questa si che ci trasmette qualcosa di divino, sempre.
Se poi essa si nutre del mettersi a sedere in ascolto del Maestro, allora essa non solo trasmette ma santifica, perché nell'ascolto del Signore ognuno diventa sacramento vivente di Cristo.
Maria (sorella di Lazzaro ) ci insegni a metterci in ascolto della Parola
per diventare parola di carne.
venerdì 12 luglio 2013
Commento al Vangelo XV Dom TO Anno C. 14 luglio 2013
LA PERSONA AL CENTRO
TESTO ( Lc 10, 25-37 )
In quel tempo, un dottore della Legge si alzò per mettere alla prova Gesù e chiese: «Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?». Gesù gli disse: «Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?». Costui rispose: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso». Gli disse: «Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai».
Ma quello, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è mio prossimo?». Gesù riprese: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gèrico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e, quando lo vide, passò oltre. Anche un levìta, giunto in quel luogo, vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui. Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all’albergatore, dicendo: “Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno”. Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?». Quello rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: «Va’ e anche tu fa’ così».
COMMENTO
Potremmo fare tantissime cose per gli altri senza alcuna tenerezza né compassione per le persone, ma semplicemente occupati e preoccupati di fare del bene, di corrispondere alle aspettative, di essere certi di aver ben fatto ciò che ci veniva chiesto. Il farsi prossimo indicato da Gesù non è centrato su delle azioni da compiere ma sulla compassione verso l’uomo sofferente, al di là del modo concreto di tradurla in gesti concreti.
Dio ha avuto compassione dell’uomo ed è venuto tra noi per donarci ciò di cui avevamo bisogno, cioè di redenzione, di liberazione dal male; ma sicuramente si sarebbe fatto uomo ugualmente e sarebbe venuto tra noi anche se non avessimo avuto bisogno di un Salvatore, semplicemente per stare con noi e per portarci dove è Lui, nella gloria del Padre.
Noi dobbiamo avere lo stesso desiderio di discesa tra gli uomini, lo stesso movimento di compassione nel cuore , per prenderci cura dei fratelli sofferenti che incontriamo; ognuno potrà fare questo secondo i doni di Grazia e di natura che avrà a disposizione.
Così anche io sacerdote, quando compio il gesto sacramentale di assolvere i peccati in nome di Cristo, non mi sto occupando dei peccati ma mi sto facendo carico di una persona che ha bisogno di essere curata nel cuore, per ridare pienezza a una vita ferita. Similmente un medico, pur partendo da un disagio fisico anziché spirituale della persona, non dovrebbe occuparsi di guarire malattie, perché potrebbe andargli bene come andargli male, ma dovrebbe occuparsi di quella persona che ha davanti a sé e prendendosene cura rigenerare in lei la certezza del dono della vita.
Il Vangelo di oggi ci dà un grande insegnamento: non dobbiamo svolgere compiti ma occuparci di persone.
sabato 6 luglio 2013
Commento Vangelo XIV Dom TO anno C. 7 luglio 2013
PRIVI DI BENI PER ANNUNCIARE IL BENE
TESTO ( Lc 10, 1-12. 17-20 )
1 Dopo queste cose, il Signore designò altri settanta discepoli e li mandò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dov'egli stesso stava per andare. 2 E diceva loro: «La mèsse è grande, ma gli operai sono pochi; pregate dunque il Signore della mèsse perché spinga degli operai nella sua mèsse. 3 Andate; ecco, io vi mando come agnelli in mezzo ai lupi. 4 Non portate né borsa, né sacca, né calzari, e non salutate nessuno per via. 5 In qualunque casa entriate, dite prima: "Pace a questa casa!" 6 Se vi è lì un figlio di pace, la vostra pace riposerà su di lui; se no, ritornerà a voi. 7 Rimanete in quella stessa casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché l'operaio è degno del suo salario. Non passate di casa in casa. 8 In qualunque città entriate, se vi ricevono, mangiate ciò che vi sarà messo davanti, 9 guarite i malati che ci saranno e dite loro: "Il regno di Dio si è avvicinato a voi". 10 Ma in qualunque città entriate, se non vi ricevono, uscite sulle piazze e dite: 11 "Perfino la polvere della vostra città che si è attaccata ai nostri piedi, noi la scotiamo contro di voi; sappiate tuttavia questo, che il regno di Dio si è avvicinato a voi". 12 Io vi dico che in quel giorno la sorte di Sodoma sarà più tollerabile della sorte di quella città.
17 Or i settanta tornarono pieni di gioia, dicendo: «Signore, anche i demòni ci sono sottoposti nel tuo nome». 18 Ed egli disse loro: «Io vedevo Satana cadere dal cielo come folgore. 19 Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra serpenti e scorpioni e su tutta la potenza del nemico; nulla potrà farvi del male. 20 Tuttavia, non vi rallegrate perché gli spiriti vi sono sottoposti, ma rallegratevi perché i vostri nomi sono scritti nei cieli».
COMMENTO
Anche San Francesco d’Assisi pensò di mandare i suoi primi frati due a due in direzioni dei quattro punti cardinali della terra istruendoli così: “andate, carissimi, a due a due per le varie parti del mondo e annunciate agli uomini la pace e la penitenza in remissione dei peccati; e siate pazienti nelle persecuzioni, sicuri che il Signore adempirà il suo disegno e manterrà le sue promesse”.
Come i settantadue inviati di Cristo, questi primi compagni del poverello di Assisi annunziavano la pace del Signore anzitutto vivendo nel loro cuore e nella loro carne il totale abbandono nelle sue promesse, certi che l’annuncio della vicinanza del Regno di Dio sgorga dallo stile di vita del discepolo, prima, e dalle sua parole, poi.
La povertà e più in generale lo stile di vita che Gesù chiede ai suoi apostoli non è mai stato troppo meditato e fatto oggetto di attenzione, perché la fiducia nei mezzi tecnici o nelle opere dell’uomo rischierà sempre di soffocare fin dalla fondazione della Chiesa la fiducia totale nella mano provvidente del Signore.
Un certo modo di far missione risente ancora troppo della fiducia nella potenza del denaro, nel potere di convincimento offerto dalla gestione di discrete risorse finanziarie, sempre, ben inteso , a fin di bene e per la promozione dell’uomo. Non è questa la via maestra battuta da Gesù e dai suoi discepoli. Non è questa neppure la via battuta da Francesco che , povero e senza niente, andò dal Sultano per annunciargli la pace del Regno di Dio di cui il suo cuore traboccava.
In memoria di questo incontro così forte, il Sultano concesse il privilegio a tutti i frati di Francesco di soggiornare in perpetuo nelle sue terre e se ancora oggi dei francescani abitano la terra santa lo si deve in gran parte al coraggio di Francesco.
Al contrario che effetto sortiscono tante opere sociali che abbelliscono i nostri centri missionari? Non capiterà che i giovani discepoli delle chiese delle regioni povere della terra non desiderino di più annunicare il Regno per gestire beni che per annunicare con la loro povertà il Bene, l’unico Bene, il sommo Bene? Saremmo capaci noi missionari di annunciare il Vangelo a chi non ha bisogno di niente se non del pane spirituale, a quei ricchi della terra che assetati nello spirito non hanno tuttavia bisogno del pane materiale?
La lettera e lo spirito del Vangelo sono lì per riaccendere il desiderio di verità , di radicalità, di freschezza e coerenza del discepolato cristiano.
sabato 29 giugno 2013
Commento al Vangelo XIII Dom TO Anno C. 30 giugno 2013
EFFETTO VALANGA
TESTO ( Lc 9, 51 – 62 )
51 Poi, mentre si avvicinava il tempo in cui sarebbe stato tolto dal mondo, Gesù si mise risolutamente in cammino per andare a Gerusalemme. 52 Mandò davanti a sé dei messaggeri, i quali, partiti, entrarono in un villaggio dei Samaritani per preparargli un alloggio. 53 Ma quelli non lo ricevettero perché era diretto verso Gerusalemme. 54 Veduto ciò, i suoi discepoli Giacomo e Giovanni dissero: «Signore, vuoi che diciamo che un fuoco scenda dal cielo e li consumi?» 55 Ma egli si voltò verso di loro e li sgridò. 56 E se ne andarono in un altro villaggio.
57 Mentre camminavano per la via, qualcuno gli disse: «Io ti seguirò dovunque andrai». 58 E Gesù gli rispose: «Le volpi hanno delle tane e gli uccelli del cielo dei nidi, ma il Figlio dell'uomo non ha dove posare il capo». 59 A un altro disse: «Seguimi». Ed egli rispose: «Permettimi di andare prima a seppellire mio padre». 60 Ma Gesù gli disse: «Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; ma tu va' ad annunciare il regno di Dio». 61 Un altro ancora gli disse: «Ti seguirò, Signore, ma lasciami prima salutare quelli di casa mia». 62 Ma Gesù gli disse: «Nessuno che abbia messo la mano all'aratro e poi volga lo sguardo indietro, è adatto per il regno di Dio».
COMMENTO
Gesù chiede molto, a chi vuol andare dietro lui ma soprattutto a se stesso: il primo versetto ci dice che “si mise risolutamente in cammino per andare a Gerusalemme” e proprio a partire dalla fermezza della sua scelta scaturisce l’urgenza del suo appello e delle condizioni che pone per chi lo vuol seguire.
La nuova traduzione del vangelo di Luca ci dice che si stavano compiendo i giorni in cui Gesù sarebbe stato elevato in alto, come se ci fosse una forza d’attrazione dall’Alto che gli chiede un’accelerazione del passo, un’ancor maggior agilità tra i mille vincoli e ostacoli di questo mondo al quale non appartiene e nel quale tuttavia ha scelto di prendere dimora: come due calamite la cui forza di attrazione aumenta all’aumentare della vicinanza. In questo cammino c’è l’incomprensione e il disprezzo dei samaritani, la mancanza di sicurezze e di tappe certe ove posare il capo, la tentazione di patteggiare con le logiche del mondo o di adattarsi a queste. Gesù tira dirittto verso Gerusalemme, verso l’alto, un’altezza che passa attraverso l’innalzamento della croce e sarà proprio quest’ascesi, questa salita, che chiede di liberarsi da pesi inutili e da ostacoli gravosi, a coinvolgere e a travolgere i suoi discepoli.
Nulla è più convincente nella esperienza di Gesù della sua personale passione per il Regno. A loro volta coloro che hanno capito l’urgenza dell’annuncio del Regno e che si sono lasciati trascinare da questa energia appassionante sono stati i più efficaci propagatori della buona novella: l’effetto di coinvolgimento di questo annuncio vissuto sulla propria pelle, pur tra le tante cadute di intensità anche e soprattutto dei primi discepoli, non ha esaurito la sua forza nel corso della storia ma anzi continua a crescere attraverso chi si lascia attraversare da questa corrente di vita nuova.
venerdì 21 giugno 2013
Commento al Vangelo XII Dom TO anno C. 23 giugno 2013
SEGUIRE GESU’ VIVO
TESTO ( Lc 9, 18 – 24 )
18 Mentre egli stava pregando in disparte, i discepoli erano con lui; ed egli domandò loro: «Chi dice la gente che io sia?» 19 E quelli risposero: «Alcuni dicono Giovanni il battista; altri, Elia, e altri, uno dei profeti antichi che è risuscitato». 20 Ed egli disse loro: «E voi, chi dite che io sia?» Pietro rispose: «Il Cristo di Dio». 21 Ed egli ordinò loro di non dirlo a nessuno, e aggiunse:
22 «Bisogna che il Figlio dell'uomo soffra molte cose e sia respinto dagli anziani, dai capi dei sacerdoti, dagli scribi, sia ucciso, e risusciti il terzo giorno».23 Diceva poi a tutti: «Se uno vuol venire dietro a me, rinunci a se stesso, prenda ogni giorno la sua croce e mi segua. 24 Perché chi vorrà salvare la sua vita, la perderà; ma chi avrà perduto la propria vita per amor mio, la salverà.
COMMENTO
Andare dietro a Gesù è qualcosa di molto pratico, molto più di quello che noi non immaginiamo perché tutto si gioca nel seguire la sua presenza. Dove appunto intravederla per poi seguirla?
Anzitutto il Signore Gesù chiede di essere riconosciuto e seguito nelle “parole e nei gesti” di amore che ci rivolge, oggi come 2000 anni fa’, tramite la sua comunità che è la Chiesa. Anche questo potrebbe essere quella croce che dobbiamo prendere ogni giorno, perché non sempre è facile riconoscere Gesù nell’insegnamento di pastori incoerenti e fragili o in liturgie povere di entusiasmo e di fede.
Allo stesso modo e con la stessa passione il Signore ci chiede di seguirlo anche nei fratelli che sono come noi figli di Dio, soprattutto in coloro la cui immagine e somiglianza divina è stata deturpata dal dolore, dalla malattia, dall’altrui cattiveria o dall’indifferenza. Anche questo è croce, perché significa imitare Gesù che ha rinunciato alla sua vita per salvare la nostra.
La croce di Gesù , come l’arca di Noè , è l’unica scialuppa di salvataggio che ci traghetta sulla terra ferma della vita vera e se il salirvi è oggettivamente una limitazione delle nostre possibilità di movimento e di azione, non di meno costituisce l’unico accesso a una forma di esistenza concretamente nuova, la stessa di Gesù morto e risorto.
sabato 15 giugno 2013
Commento al Vangelo XI Dom TO Anno C. 16 giugno 2013
MOLTI CRISTIANI D’AFRICA CI PASSERANNO AVANTI NEL REGNO DEI CIELI.
TESTO ( Lc 7,36 – 8,3 )
7,36 Uno dei farisei lo invitò a pranzo; ed egli, entrato in casa del fariseo, si mise a tavola. 37 Ed ecco, una donna che era in quella città, una peccatrice, saputo che egli era a tavola in casa del fariseo, portò un vaso di alabastro pieno di olio profumato; 38 e, stando ai piedi di lui, di dietro, piangendo, cominciò a rigargli di lacrime i piedi; e li asciugava con i suoi capelli; e gli baciava e ribaciava i piedi e li ungeva con l'olio. 39 Il fariseo che lo aveva invitato, veduto ciò, disse fra sé: «Costui, se fosse profeta, saprebbe che donna è questa che lo tocca; perché è una peccatrice». 40 E Gesù, rispondendo gli disse: «Simone, ho qualcosa da dirti». Ed egli: «Maestro, di' pure». 41 «Un creditore aveva due debitori; l'uno gli doveva cinquecento denari e l'altro cinquanta. 42 E poiché non avevano di che pagare condonò il debito a tutti e due. Chi di loro dunque lo amerà di più?» 43 Simone rispose: «Ritengo sia colui al quale ha condonato di più». Gesù gli disse: «Hai giudicato rettamente». 44 E, voltatosi verso la donna, disse a Simone: «Vedi questa donna? Io sono entrato in casa tua, e tu non mi hai dato dell'acqua per i piedi; ma lei mi ha rigato i piedi di lacrime e li ha asciugati con i suoi capelli. 45 Tu non mi hai dato un bacio; ma lei, da quando sono entrato, non ha smesso di baciarmi i piedi. 46 Tu non mi hai versato l'olio sul capo; ma lei mi ha cosparso di profumo i piedi. 47 Perciò, io ti dico: i suoi molti peccati le sono perdonati, perché ha molto amato; ma colui a cui poco è perdonato, poco ama». 48 Poi disse alla donna: «I tuoi peccati sono perdonati». 49 Quelli che erano a tavola con lui, cominciarono a dire in loro stessi: «Chi è costui che perdona anche i peccati?» 50 Ma egli disse alla donna: «La tua fede ti ha salvata; va' in pace».
8,1 In seguito egli se ne andava per città e villaggi, predicando e annunciando la buona notizia del regno di Dio. 2 Con lui vi erano i dodici e alcune donne che erano state guarite da spiriti maligni e da malattie: Maria, detta Maddalena, dalla quale erano usciti sette demòni; 3 Giovanna, moglie di Cuza, l'amministratore di Erode; Susanna e molte altre che assistevano Gesù e i dodici con i loro beni.
COMMENTO
Tra l’incudine del puro (questo il significato di “fariseo”) e il martello della peccatirce, lui l’uomo forte e lei la donna debole, lui il padrone di casa e lei l’ospite che strisciando s’intrufola sotto la sedia, come dire la quintessenza dello zelo ebraico e la personificazione del peccato che rende impuri. In mezzo Gesù, il non profeta, l’incompreso, colui avrebbe dovuto capire di fronte a chi si trovava, Gesù che ribalta la visione di questa vicenda e ce la rimanda cambiata di segno come quando ad un numero negativo si corregge il “-“ davanti con quello trattino verticale che lo fa diventare “+” .
Questa però non è un’operazione matematica, piuttosto un’operazione della coscienza, un trapianto di vita che si realizza per mezzo della fede nel datore di vita Gesù di Nazareth. Quelle lacrime sono lacrime benedette, sono gocce di vita perché il concentrato di un cuore umile che ha capito il proprio stato ferito e ha intravisto il solo che può guarire. L’uomo legalmente puro, che non ha bisogno di ringraziare, non è toccato dalla Grazia perché non si sente malato e perché lui la sua vita ce l’ha già: sono le sue sicurezze, le sue presunzioni, una vita con i minuti contati, troppa orgogliosa, troppo abituata a guardarsi con gli occhi degli altri e dal di fuori per riuscire a guardarsi nel profondo e con gli occhi della propria coscienza.
Per questo ho tanta pena per noi cristiani bimillenari, super emancipati e super adulti nella fede, che siamo così sicuri nel capire ciò che è bene e ciò che è male e non abbiamo troppo bisogno di andare a cercare un confessore, e nello stesso tempo nutro tanta speranza per quei fratelli africani (con le dovute eccezioni), neofiti nella fede, che anziché smacchiare il giaguaro smacchiano tutto il decalogo ma si abbandonano alla misericordia di Dio Padre con umiltà commovente. L’umiltà, questa è la chiave di tutto.
sabato 8 giugno 2013
Commento del Vangelo della X Dom TO anno C. 9 giugno 2013.
VITA NUOVA, LACRIME VECCHIE
TESTO ( Lc 7,11-17 )
11 Poco dopo egli si avviò verso una città chiamata Nain, e i suoi discepoli e una gran folla andavano con lui. 12 Quando fu vicino alla porta della città, ecco che si portava alla sepoltura un morto, figlio unico di sua madre, che era vedova; e molta gente della città era con lei. 13 Il Signore, vedutala, ebbe pietà di lei e le disse: «Non piangere!» 14 E, avvicinatosi, toccò la bara; i portatori si fermarono, ed egli disse: «Ragazzo, dico a te, àlzati!» 15 Il morto si alzò e si mise seduto, e cominciò a parlare. E Gesù lo restituì a sua madre. 16 Tutti furono presi da timore, e glorificavano Dio, dicendo: «Un grande profeta è sorto tra di noi»; e: «Dio ha visitato il suo popolo». 17 E questo dire intorno a Gesù si divulgò per tutta la Giudea e per tutto il paese intorno.
COMMENTO
Gesù è la compassione di Dio per l’uomo e per la sua miserevole condizione di dignità perduta che implica sofferenza, dolore, assenza di prospettive di vita. Questa donna ne è una figura esemplare: in un sistema sociale senza protezione per i deboli, l’assenza di un marito esponeva la donna a mille fragilità e ora la morte del suo unico figlio le aveva tolto forse l’unico ancoraggio alla vita. Quello che sta per compiersi è una duplice rinascita, fisica per il giovinetto, ma esistenziale e di prospettive future per la madre.
La donna è morta nel suo dolore e imprigionata nelle sue lacrime tanto da non potersi accorgere di Gesù e tanto da suscitare la compassione di lui che le si accosta e le intima semplicemente di non piangere. Si crea un frangente di esigente attesa, perché per chiedere ad una poveretta in simili condizioni di non piangere occorre avere a disposizione delle soluzioni immediate e convincenti, perché l’aspettativa suscitata è enorme. ‘Se mi dici di non piangere occorre che mi proponi una soluzione concreta e forte, almeno quanto il dolore che suscita queste lacrime!’
Lo spazio di una breve attesa, di un’aspettativa esaudita è lo spazio dell’esercizio della speranza per una vita che sempre si rigenera e sempre può essere rinnovata da colui che è la Vita. Uno spazio che a noi sembra a volte interminabile, troppo lungo per poter continuare a dar fiducia al Signore; eppure è lo spazio abitato dalla sua presenza che continua a chiederci ‘non piangere … io sono qui con te ’.
Stranamente, ma non troppo, Gesù è il primo a piangere alla notizia della morte del suo amico Lazzaro, nonostante che di lì a poco avrebbe tratto dalla morte anche lui. Egli prende le nostre lacrime e ci dona la sua vita, prende le nostre sofferenze e angosce, le vive con noi e in cambio ci da la sua vita divina. Anche oggi, in ogni momento il Signore continua a dirci: “non piangere … sto per restituirti vita. In questa attesa permettimi di piangere con te”.
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