Una monarchia veritocratica
TESTO ( Gv 18, 33 – 37 )
33 Pilato dunque rientrò nel pretorio; chiamò Gesù e gli disse: «Sei tu il re dei Giudei?» 34 Gesù gli rispose: «Dici questo di tuo, oppure altri te l'hanno detto di me?» 35 Pilato gli rispose: «Sono io forse Giudeo? La tua nazione e i capi dei sacerdoti ti hanno messo nelle mie mani; che cosa hai fatto?» 36 Gesù rispose: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori combatterebbero perché io non fossi dato nelle mani dei Giudei; ma ora il mio regno non è di qui». 37 Allora Pilato gli disse: «Ma dunque, sei tu re?» Gesù rispose: «Tu lo dici; sono re; io sono nato per questo, e per questo sono venuto nel mondo: per testimoniare della verità. Chiunque è dalla verità ascolta la mia voce».
COMMENTO
“Il mio regno non è di questo mondo”; eppure un giorno Gesù disse che il Regno di Dio non verrà in modo tale da attirare l’attenzione, “ perché il Regno di Dio è in mezzo a voi“. Come mettere insieme queste due affermazioni, che il Regno di Dio non è di questo mondo e che nello stesso tempo è in mezzo a noi? La risposta forse ce la da proprio San Paolo in Rm 8 quando spiega che tutta la creazione geme nelle doglie del parto in attesa della redenzione e di quei cieli nuovi e terra nuova ove risplenderà la giustizia. L’immagine di una gestazione è molto espressiva perché fa comprendere che la Signoria di Cristo, sebbene sarà manifesta solo negli ultimi tempi, è già presente in mezzo a noi quando ascoltiamo la sua voce e quando viviamo della sua verità; il nuovo mondo sta già crescendo in questo mondo in cui viviamo, drammaticamente ferito dalle conseguenze del peccato originale e di tutti i peccati successivi. Il regno di Gesù è quindi una realtà che si sta affermando gradualmente nella nostra storia, dove chiunque è alla ricerca sincera della verità non può non interessarsi alla voce, alla parola del Signore. Un regno dove ci si sente tanto più forti quanto più ancorati alla verità rivelataci da Gesù: regnare vuol dire servire , cioè dare la vita per Amore.
fra Damiano Angelucci da Fano ( OFM Capp): frate itinerante
domenica 25 novembre 2012
sabato 17 novembre 2012
Commento Vangelo XXXIII Dom TO anno B, 18 novembre 2012.
Proprio una bella notizia!
TESTO ( Mc 13, 24-32)
24 Ma in quei giorni, dopo quella tribolazione, il sole si oscurerà e la luna non darà più il suo splendore; 25 le stelle cadranno dal cielo e le potenze che sono nei cieli saranno scrollate. 26 Allora si vedrà il Figlio dell'uomo venire sulle nuvole con grande potenza e gloria. 27 Ed egli allora manderà gli angeli a raccogliere i suoi eletti dai quattro venti, dall'estremo della terra all'estremo del cielo. 28 Ora imparate dal fico questa similitudine: quando i suoi rami si fanno teneri e mettono le foglie, voi sapete che l'estate è vicina. 29 Così anche voi, quando vedrete accadere queste cose, sappiate che egli è vicino, alle porte. 30 In verità vi dico che questa generazione non passerà prima che tutte queste cose siano avvenute. 31 Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno.
32 Quanto a quel giorno e a quell'ora, nessuno li sa, neppure gli angeli del cielo, neppure il Figlio, ma solo il Padre.
COMMENTO
Il Vangelo di oggi è proprio una buona novella, una bella notizia : la storia non ha soltanto un fine , quello di godere e diffondere l’Amore che è Dio stesso, ma anche una fine, l’abbraccio finale di Gesù quando Egli tornerà nella Gloria, non più nella croce questa volta.
Condivido con voi a tal proposito, fratelli internauti in ascolto, il più bell’inno della Liturgia delle ore in lingua francese che io conosca, l’inno di Nona, perché esprime tutto l’anelito del cuore dell’uomo per l’incontro definitivo.
Berger puissant qui nous conduis, tu nous as faits pour ta lumière; et par-delà ce jour trop bref tu nous emmènes dans ta gloire.
A travers l'oeuvre de tes mains, nos coeurs déjà te reconnaissent ; mais le désir de ton amour toujours plus loin poursuit sa quête.
Nous voulons voir à découvert l'éclat radieux de ton visage. Dans l'aujourd'hui de ton appel, prépare en nous le face-à-face.
(O pastore onnipotente che ci conduci, tu ci hai fatto per la tua luce ; e dal di-là di questo giorno troppo breve tu ci accompagni verso la tua Gloria.
Attraverso l’opera delle tue mani, i nostri cuori già ti riconoscono; ma il desiderio del tuo amore sempre più lontano continua la sua ricerca.
Vogliamo vedere in pienezza lo splendore radioso del tuo volto. Nell’oggi della tua chiamata, prepara in noi il faccia-a-faccia.)
In questo inno c’è tutta la bellezza della ricerca dell’incontro definitivo, la bellezza dell’attesa del ritorno dall’esilio verso la nostra vera Patria , quella del Cielo, il Paradiso.
Una realtà che sento molto fortemente in questo frangente della mia vita, esule in patria mia, ma consapevole sempre più di essere esule comunque e ovunque, fino a quando non vedremo il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria. Restiamo ancorati in questo cammino di luce all’unica cosa che non passerà: la sua parola.
Ci dice Gesù: : “Cieli e terra passeranno ma le mie parole non passeranno”. Il Signore è fedele alle sue promesse.
TESTO ( Mc 13, 24-32)
24 Ma in quei giorni, dopo quella tribolazione, il sole si oscurerà e la luna non darà più il suo splendore; 25 le stelle cadranno dal cielo e le potenze che sono nei cieli saranno scrollate. 26 Allora si vedrà il Figlio dell'uomo venire sulle nuvole con grande potenza e gloria. 27 Ed egli allora manderà gli angeli a raccogliere i suoi eletti dai quattro venti, dall'estremo della terra all'estremo del cielo. 28 Ora imparate dal fico questa similitudine: quando i suoi rami si fanno teneri e mettono le foglie, voi sapete che l'estate è vicina. 29 Così anche voi, quando vedrete accadere queste cose, sappiate che egli è vicino, alle porte. 30 In verità vi dico che questa generazione non passerà prima che tutte queste cose siano avvenute. 31 Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno.
32 Quanto a quel giorno e a quell'ora, nessuno li sa, neppure gli angeli del cielo, neppure il Figlio, ma solo il Padre.
COMMENTO
Il Vangelo di oggi è proprio una buona novella, una bella notizia : la storia non ha soltanto un fine , quello di godere e diffondere l’Amore che è Dio stesso, ma anche una fine, l’abbraccio finale di Gesù quando Egli tornerà nella Gloria, non più nella croce questa volta.
Condivido con voi a tal proposito, fratelli internauti in ascolto, il più bell’inno della Liturgia delle ore in lingua francese che io conosca, l’inno di Nona, perché esprime tutto l’anelito del cuore dell’uomo per l’incontro definitivo.
Berger puissant qui nous conduis, tu nous as faits pour ta lumière; et par-delà ce jour trop bref tu nous emmènes dans ta gloire.
A travers l'oeuvre de tes mains, nos coeurs déjà te reconnaissent ; mais le désir de ton amour toujours plus loin poursuit sa quête.
Nous voulons voir à découvert l'éclat radieux de ton visage. Dans l'aujourd'hui de ton appel, prépare en nous le face-à-face.
(O pastore onnipotente che ci conduci, tu ci hai fatto per la tua luce ; e dal di-là di questo giorno troppo breve tu ci accompagni verso la tua Gloria.
Attraverso l’opera delle tue mani, i nostri cuori già ti riconoscono; ma il desiderio del tuo amore sempre più lontano continua la sua ricerca.
Vogliamo vedere in pienezza lo splendore radioso del tuo volto. Nell’oggi della tua chiamata, prepara in noi il faccia-a-faccia.)
In questo inno c’è tutta la bellezza della ricerca dell’incontro definitivo, la bellezza dell’attesa del ritorno dall’esilio verso la nostra vera Patria , quella del Cielo, il Paradiso.
Una realtà che sento molto fortemente in questo frangente della mia vita, esule in patria mia, ma consapevole sempre più di essere esule comunque e ovunque, fino a quando non vedremo il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria. Restiamo ancorati in questo cammino di luce all’unica cosa che non passerà: la sua parola.
Ci dice Gesù: : “Cieli e terra passeranno ma le mie parole non passeranno”. Il Signore è fedele alle sue promesse.
sabato 10 novembre 2012
Commento Vangelo XXXII Dom TO anno B, 11 novembre 2012
Il dono di una vita
TESTO ( Mc 12, 38-44 )
38 Nel suo insegnamento Gesù diceva: «Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ed essere salutati nelle piazze, 39 e avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei conviti; 40 essi che divorano le case delle vedove e fanno lunghe preghiere per mettersi in mostra. Costoro riceveranno una maggior condanna». 41 Sedutosi di fronte alla cassa delle offerte, Gesù guardava come la gente metteva denaro nella cassa; molti ricchi ne mettevano assai. 42 Venuta una povera vedova, vi mise due spiccioli che fanno un quarto di soldo. 43 Gesù, chiamati a sé i suoi discepoli, disse loro: «In verità io vi dico che questa povera vedova ha messo nella cassa delle offerte più di tutti gli altri: 44 poiché tutti vi hanno gettato del loro superfluo, ma lei, nella sua povertà, vi ha messo tutto ciò che possedeva, tutto quanto aveva per vivere».
COMMENTO
Mi suscita un epidermico fastidio la consuetudine
para-liturgica beninese di fare due , a volte addirittura tre, questue ad ogni
Messa: vedere quella povera gente andare più volte a depositare nel cesto
davanti all’altare i loro pochi soldi ogni Domenica mi dà l’idea di voler
spremere dei limoni già spremuti, e tuttavia la gente lo fa con gioia, anche
solo per buttarci dentro qualche spicciolo. Non so se quelle monete donate siano
il tutto quanto quelle persone hanno per vivere, ma di certo alcuni non ne sono
lontani!
Tuttavia dovrebbe essere su un altro piano di
lettura che dovremmo leggere il gesto della vedova: quella donna non dona solo
qualcosa di ciò che ha ma ben di più in quel gesto ella dona tutta la sua vita,
tutta se stessa, si abbandona totalmente nelle mani di Dio, con un atto estremo
forse disperato o meglio ancora di un’ultima residua speranza, rende la sua vita
a Colui dal quale sa di averla ricevuta in dono.
I poveri non è detto che siano più buoni dei ricchi
e dei potenti ma certamente, a causa della loro situazione di miseria, non sono
portati a fare calcoli, non sono portati a fare analisi di costi – benefici, a
soppesare i loro atti di carità perché ogni scelta viene misurata nell’attimo
presente e l’esistenza viene valutata per quello che essa è lì in quel momento,
data la totale incertezza del futuro.
Il ricco e il potente no! Lui è tentato di difendere
il suo prestigio, la sua autonomia. Il suo rapporto con Dio rischia di
diventare un optional, un soprammobile, una roba che si fa quando c’è tempo e
voglia, a volte anche per mostrarsi pio e devoto agli occhi degli altri, perché
l’immediatezza delle sicurezze materiali abbaglia e forse si fanno solo gesti
di culto per cantare la ninna nanna alla coscienza sperando che si addormenti.
La totalità dei poveri, la totalità di quei
contadini che in Benin vengono a portarci le loro banane o il loro mais, ( loro
poveri a noi missionari ricchi ) mi stupisce anche se non più di tanto. La
totalità dell’abbandono può essere vissuta da chi non ha niente da difendere.
Anche noi dobbiamo difendere troppe cose: il tempo, i miei interessi, le mie
priorità, il mio lavoro, e cosa diamo a Dio? Spesso solo il superfluo cioè
quello che ci avanza, quei cinque minuti prima di andare a dormire, quei nostri
atti di culto, “imparaticcio di consuetudini umane” direbbe Isaia, e poi poco altro.
La vedova che Gesù addita ci insegna a donare tutta
la nostra vita a Dio e a mettere Lui al primo posto in tutte le nostre scelte
di lavoro, affettive e di tempo libero, nei nostri criteri di azione e nelle nostre
motivazioni. Queste cose sono per noi “Il tutto quanto abbiamo per vivere”.
sabato 3 novembre 2012
Commento Vangelo XXXI Dom TO anno B, 4 novembre 2012
NON CHI DICE “SIGNORE, SIGNORE !” …
TESTO ( Mc 12, 28 – 34 )
Uno degli scribi che li aveva uditi discutere, visto che egli aveva risposto bene, si avvicinò e gli domandò: «Qual è il più importante di tutti i comandamenti?» Gesù rispose: «Il primo è: "Ascolta, Israele: Il Signore, nostro Dio, è l'unico Signore. Ama dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta l'anima tua, con tutta la mente tua, e con tutta la forza tua". Il secondo è questo: "Ama il tuo prossimo come te stesso". Non c'è nessun altro comandamento maggiore di questi». Lo scriba gli disse: «Bene, Maestro! Tu hai detto secondo verità, che vi è un solo Dio e che all'infuori di lui non ce n'è alcun altro; e che amarlo con tutto il cuore, con tutto l'intelletto, con tutta la forza, e amare il prossimo come se stesso, è molto più di tutti gli olocausti e i sacrifici». Gesù, vedendo che aveva risposto con intelligenza, gli disse: «Tu non sei lontano dal regno di Dio». E nessuno osava più interrogarlo.
COMMENTO
Gesù non aggiunge nulla di nuovo a quanto già era stato detto nell’AT: il primo comandamento resta quello di un amore a Dio vissuto con tutte le nostre forze spirituali, mentali e fisiche, così come già enunciato in Deuteronomio 6. Il secondo segue logicamente e strettamente il primo, l’amore al prossimo secondo il precetto del capitolo 19 del libro del Levitico, tanto che Gesù non può non menzionarlo per completare la risposta.
In cosa consiste dunque la novità di Gesù? Nel fatto che Gesù spinge all’estremo l’interpretazione di questo precetto fondamentale, ne è la massima concretizzazione, egli è l’incarnazione dell’amore dovuto dall’uomo a Dio e non solo dell’amore di Dio per l’uomo. In contro luce vi è il messaggio della croce, abisso di abbandono nelle mani di Dio Padre, evento che al contempo è atto sublime di culto a Dio e atto di redenzione e di amore per tutti gli uomini, anche per i non israeliti , superando così quell’accezione di “prossimo” limitata al popolo israelita.
Lo scriba , uomo retto e sinceramente alla ricerca della verità e del bene, approva quando detto da Gesù e questi a sua volta lo gratifica giudicandolo non lontano dal regno di Dio. In realtà cosa manca a questo scriba, già vicino al regno, per entrarvi completamente e compiutamente? Proprio ciò che ha fatto Gesù.
Anche lo scriba sarà chiamato a vivere ciò che ha intuito, anche per lui si tratterà di diventare discepolo del Regno, cioè del Messia , per seguirlo e per abbracciare quello stesso desiderio di abbandono amoroso a Dio e al prossimo. Anche lo scriba dovrà abbracciare la croce per fissare e incarnare nella sua vita una suprema forma d’amore già vagheggiata dai profeti e dai sapienti dell’AT ma divenuta visibile e umana nella persona di Gesù e, a partire della presenza del suo Spirito, possibile per ogni uomo di buona volontà.
Non chi dice “Signore, Signore” entrerà nel regno, ma chi saprà imitare l’esempio di Gesù che ha dato tutto se stesso per amore di Dio Padre e degli uomini.
Anche lo scriba sarà chiamato a vivere ciò che ha intuito, anche per lui si tratterà di diventare discepolo del Regno, cioè del Messia , per seguirlo e per abbracciare quello stesso desiderio di abbandono amoroso a Dio e al prossimo. Anche lo scriba dovrà abbracciare la croce per fissare e incarnare nella sua vita una suprema forma d’amore già vagheggiata dai profeti e dai sapienti dell’AT ma divenuta visibile e umana nella persona di Gesù e, a partire della presenza del suo Spirito, possibile per ogni uomo di buona volontà.
sabato 27 ottobre 2012
Commento Vangelo XXX Dom TO anno B, 28 ottobre 2012.
Guariti Per Servire
Chi ha vissuto vicino a portatori di handicap sa benissimo che sono molto più capaci di tollerare tale situazione coloro che vi si trovano fin dalla nascita; altra cosa e tutt’altra difficoltà è quella di chi ci si trova all’improvviso, dopo aver vissuto un tempo della propria vita in maniera normale.
Bartimeo apparteneva a quest’ultima categoria e lo deduciamo dal tenore della sua supplica quando chiede: “Rabbunì, che io ri-abbia la vista!” Bartimeo non è un cieco nato, sa cosa vuol dire vedere e sa cosa vuol dire trovarsi d’un tratto a non poter più godere di questa autonomia. La sua insistenza , la sua tenacia, anche di fronte ai tentativi della gente di tacitarlo nascono da questo dolore insopportabile di aver perso qualcosa di bello, di meraviglioso, e con questa cosa di aver perso la propria autonomia fisica e economica, un tempo sperimentata. Bartimeo rinuncia anche a quel poco che aveva, il suo mantello, perché ha capito che in quell’incontro con il Gesù si gioca il suo tutto per tutto.
Quella di Bartimeo è la storia della nostra umanità, creata nel Bene totale del paradiso terrestre ma decaduta e ferita a causa del peccato originale e di tutti i peccati che ne sono seguiti. La nostra umanità sente il richiamo di Dio, dell’Assoluto, della Verità, dell’Amore unico e vero che è Lui stesso, perché essa è stata pensata e creata per godere tali realtà; al tempo stesso tuttavia sente anche l’incapacità di raggiungerlo, il peso e la cecità prodotte dal peccato. Ecco che nasce il grido verso Cristo, nostra salvezza: “Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me”. Con San Paolo potremmo dire “non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio” ( Rm 7,19); tuttavia da quando Gesù ha dato la sua vita per noi … “Chi accuserà gli eletti di Dio? Dio giustifica. Chi condannerà? Cristo Gesù che è morto, anzi, che è risuscitato, sta alla destra di Dio e intercede per noi? (Rm 8,33-34).
Cristo nostra salvezza è l’unica porta di accesso verso un’umanità rinnovata e riconciliata, pienamente reintegrata in tutte le sue potenzialità; per chi deciderà sinceramente di intraprendere il santo viaggio per seguire Lui ogni ostacolo sarà rimosso, fosse anche quello di una malattia fisica, come successe a Bartimeo.
TESTO (Mc 10,46-52)
46 Poi giunsero a Gerico. E come Gesù usciva da Gerico con i suoi discepoli e con una gran folla, il figlio di Timeo, Bartimeo, cieco mendicante, sedeva presso la strada. 47 Udito che chi passava era Gesù il Nazareno, si mise a gridare e a dire: «Gesù, figlio di Davide, abbi pietà di me!» 48 E molti lo sgridavano perché tacesse, ma quello gridava più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!» 49 Gesù, fermatosi, disse: «Chiamatelo!» E chiamarono il cieco, dicendogli: «Coraggio, àlzati! Egli ti chiama». 50 Allora il cieco, gettato via il mantello, balzò in piedi e venne da Gesù. 51 E Gesù, rivolgendosi a lui, gli disse: «Che cosa vuoi che ti faccia?» Il cieco gli rispose: «Rabbunì, che io ricuperi la vista». 52 Gesù gli disse: «Va', la tua fede ti ha salvato». In quell'istante egli ricuperò la vista e seguiva Gesù per la via.
COMMENTO
Chi ha vissuto vicino a portatori di handicap sa benissimo che sono molto più capaci di tollerare tale situazione coloro che vi si trovano fin dalla nascita; altra cosa e tutt’altra difficoltà è quella di chi ci si trova all’improvviso, dopo aver vissuto un tempo della propria vita in maniera normale.
Bartimeo apparteneva a quest’ultima categoria e lo deduciamo dal tenore della sua supplica quando chiede: “Rabbunì, che io ri-abbia la vista!” Bartimeo non è un cieco nato, sa cosa vuol dire vedere e sa cosa vuol dire trovarsi d’un tratto a non poter più godere di questa autonomia. La sua insistenza , la sua tenacia, anche di fronte ai tentativi della gente di tacitarlo nascono da questo dolore insopportabile di aver perso qualcosa di bello, di meraviglioso, e con questa cosa di aver perso la propria autonomia fisica e economica, un tempo sperimentata. Bartimeo rinuncia anche a quel poco che aveva, il suo mantello, perché ha capito che in quell’incontro con il Gesù si gioca il suo tutto per tutto.
Quella di Bartimeo è la storia della nostra umanità, creata nel Bene totale del paradiso terrestre ma decaduta e ferita a causa del peccato originale e di tutti i peccati che ne sono seguiti. La nostra umanità sente il richiamo di Dio, dell’Assoluto, della Verità, dell’Amore unico e vero che è Lui stesso, perché essa è stata pensata e creata per godere tali realtà; al tempo stesso tuttavia sente anche l’incapacità di raggiungerlo, il peso e la cecità prodotte dal peccato. Ecco che nasce il grido verso Cristo, nostra salvezza: “Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me”. Con San Paolo potremmo dire “non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio” ( Rm 7,19); tuttavia da quando Gesù ha dato la sua vita per noi … “Chi accuserà gli eletti di Dio? Dio giustifica. Chi condannerà? Cristo Gesù che è morto, anzi, che è risuscitato, sta alla destra di Dio e intercede per noi? (Rm 8,33-34).
Cristo nostra salvezza è l’unica porta di accesso verso un’umanità rinnovata e riconciliata, pienamente reintegrata in tutte le sue potenzialità; per chi deciderà sinceramente di intraprendere il santo viaggio per seguire Lui ogni ostacolo sarà rimosso, fosse anche quello di una malattia fisica, come successe a Bartimeo.
sabato 20 ottobre 2012
Commento Vangelo XXIX Dom TO anno B, 21 ott 2012
Il calice del servizio
TESTO (Mc 10, 35-45)
35 Giacomo e Giovanni, figli di Zebedeo, si avvicinarono a lui, dicendogli: «Maestro, desideriamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo». 36 Egli disse loro: «Che volete che io faccia per voi?» 37 Essi gli dissero: «Concedici di sedere uno alla tua destra e l'altro alla tua sinistra nella tua gloria». 38 Ma Gesù disse loro: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete voi bere il calice che io bevo, o essere battezzati del battesimo del quale io sono battezzato?» Essi gli dissero: «Sì, lo possiamo». 39 E Gesù disse loro: «Voi certo berrete il calice che io bevo e sarete battezzati del battesimo del quale io sono battezzato; 40 ma quanto al sedersi alla mia destra o alla mia sinistra, non sta a me concederlo, ma è per quelli a cui è stato preparato». 41 I dieci, udito ciò, cominciarono a indignarsi con Giacomo e Giovanni. 42 Ma Gesù, chiamatili a sé, disse loro: «Voi sapete che quelli che sono reputati prìncipi delle nazioni le signoreggiano e che i loro grandi le sottomettono al loro dominio. 43 Ma non è così tra di voi; anzi, chiunque vorrà essere grande fra voi, sarà vostro servitore; 44 e chiunque, tra di voi, vorrà essere primo sarà servo di tutti. 45 Poiché anche il Figlio dell'uomo non è venuto per essere servito, ma per servire, e per dare la sua vita come prezzo di riscatto per molti».
COMMENTO
Il carrierismo è sempre esistito in tutte le dinamiche delle relazioni umane, in qualsiasi gruppo sociale e contesto storico o geografico, mascherandosi in svariate sembianze come l’amor di patria, la più grande gloria degli dei, la ricerca del bene comune; tanti principi sacrosanti che nascondano il desiderio di emergere, di essere qualcuno e qualcosa, di avere autorità e importanza.
Come condannare troppo severamente questi due fratelli, figli di Zebedeo? Lo spettacolo loro offerto dalla leadership della religione ebraica non doveva certo invitarli all’abbassamento, alla ricerca degli ultimi posti, tutt’altro: Gesù rimprovera i capi ebrei perché amavano i primi posti e i saluti nelle piazze e l’essere chiamati “Rabbì” (cioè maestro).
Giacomo e Giovanni vanno subito al sodo, all’esito finale della loro scelta di seguire il Messia, tralasciando tutto quello che sta in mezzo; eppure nei versetti immediatamente precedenti Gesù per la terza volta aveva annunciato la sua futura passione e morte, prima di risorgere.
Chi vuole seguire il Signore Gesù non può astenersi dal percorrere il suo stesso itinerario, il donare la vita in riscatto per molti, nella certezza che solo Lui e il suo sacrificio salvano l’uomo ma anche nella speranza che offrire per Lui la nostra esistenza ci renderà partecipi della sua Gloria divina.
Gesù vuole tuttavia condurre gli apostoli a non puntare l’attenzione sul dopo, sull’esito finale di ciò che seguirà, ma su ciò che la loro missione comporta nell’immediato, cioè mettersi a servizio e assumere la posizione scomoda di chi ha responsabilità sulla comunità dei credenti; la posizione scomoda di chi per primo deve dare l’esempio attraverso una dedizione totale.
L’autorità come servizio è forse lontana dalle logiche comuni ma se vissuta seriamente rappresenta un vero e proprio donarsi. Prendersi la responsabilità di una decisione, spesso o quasi sempre non condivisa da tutti, costituisce veramente il dare la vita per gli altri. Avere il compito del discernimento, o comunque del discernimento ultimo, obbliga alla verità della vita e alla pulizia della coscienza.
Ecco perché San Francesco d’Assisi volle chiamare i suoi frati “minori” e rifuggì da titoli ecclesiastici che in quel tempo erano troppo contaminati da logiche di potere sociale; ecco perché noi frati, indegni eredi del santo poverello, avremmo tanto da dire in una struttura ecclesiale come quella africana dove ancora il titolo pesa tanto, troppo, e dove colui che ricopre un incarico ecclesiale diventa un personaggio importante, rispettabile e quasi intoccabile.
Solo un rapporto personale e stretto con il Cristo può insegnare la via dell’umiltà e dell’abbassamento, solo un contatto quotidiano con la sua Parola e il suo spirito potrà elevare l’uomo dalla ricerca di se stesso e della propria gloria.
TESTO (Mc 10, 35-45)
35 Giacomo e Giovanni, figli di Zebedeo, si avvicinarono a lui, dicendogli: «Maestro, desideriamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo». 36 Egli disse loro: «Che volete che io faccia per voi?» 37 Essi gli dissero: «Concedici di sedere uno alla tua destra e l'altro alla tua sinistra nella tua gloria». 38 Ma Gesù disse loro: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete voi bere il calice che io bevo, o essere battezzati del battesimo del quale io sono battezzato?» Essi gli dissero: «Sì, lo possiamo». 39 E Gesù disse loro: «Voi certo berrete il calice che io bevo e sarete battezzati del battesimo del quale io sono battezzato; 40 ma quanto al sedersi alla mia destra o alla mia sinistra, non sta a me concederlo, ma è per quelli a cui è stato preparato». 41 I dieci, udito ciò, cominciarono a indignarsi con Giacomo e Giovanni. 42 Ma Gesù, chiamatili a sé, disse loro: «Voi sapete che quelli che sono reputati prìncipi delle nazioni le signoreggiano e che i loro grandi le sottomettono al loro dominio. 43 Ma non è così tra di voi; anzi, chiunque vorrà essere grande fra voi, sarà vostro servitore; 44 e chiunque, tra di voi, vorrà essere primo sarà servo di tutti. 45 Poiché anche il Figlio dell'uomo non è venuto per essere servito, ma per servire, e per dare la sua vita come prezzo di riscatto per molti».
COMMENTO
Il carrierismo è sempre esistito in tutte le dinamiche delle relazioni umane, in qualsiasi gruppo sociale e contesto storico o geografico, mascherandosi in svariate sembianze come l’amor di patria, la più grande gloria degli dei, la ricerca del bene comune; tanti principi sacrosanti che nascondano il desiderio di emergere, di essere qualcuno e qualcosa, di avere autorità e importanza.
Come condannare troppo severamente questi due fratelli, figli di Zebedeo? Lo spettacolo loro offerto dalla leadership della religione ebraica non doveva certo invitarli all’abbassamento, alla ricerca degli ultimi posti, tutt’altro: Gesù rimprovera i capi ebrei perché amavano i primi posti e i saluti nelle piazze e l’essere chiamati “Rabbì” (cioè maestro).
Giacomo e Giovanni vanno subito al sodo, all’esito finale della loro scelta di seguire il Messia, tralasciando tutto quello che sta in mezzo; eppure nei versetti immediatamente precedenti Gesù per la terza volta aveva annunciato la sua futura passione e morte, prima di risorgere.
Chi vuole seguire il Signore Gesù non può astenersi dal percorrere il suo stesso itinerario, il donare la vita in riscatto per molti, nella certezza che solo Lui e il suo sacrificio salvano l’uomo ma anche nella speranza che offrire per Lui la nostra esistenza ci renderà partecipi della sua Gloria divina.
Gesù vuole tuttavia condurre gli apostoli a non puntare l’attenzione sul dopo, sull’esito finale di ciò che seguirà, ma su ciò che la loro missione comporta nell’immediato, cioè mettersi a servizio e assumere la posizione scomoda di chi ha responsabilità sulla comunità dei credenti; la posizione scomoda di chi per primo deve dare l’esempio attraverso una dedizione totale.
L’autorità come servizio è forse lontana dalle logiche comuni ma se vissuta seriamente rappresenta un vero e proprio donarsi. Prendersi la responsabilità di una decisione, spesso o quasi sempre non condivisa da tutti, costituisce veramente il dare la vita per gli altri. Avere il compito del discernimento, o comunque del discernimento ultimo, obbliga alla verità della vita e alla pulizia della coscienza.
Ecco perché San Francesco d’Assisi volle chiamare i suoi frati “minori” e rifuggì da titoli ecclesiastici che in quel tempo erano troppo contaminati da logiche di potere sociale; ecco perché noi frati, indegni eredi del santo poverello, avremmo tanto da dire in una struttura ecclesiale come quella africana dove ancora il titolo pesa tanto, troppo, e dove colui che ricopre un incarico ecclesiale diventa un personaggio importante, rispettabile e quasi intoccabile.
Solo un rapporto personale e stretto con il Cristo può insegnare la via dell’umiltà e dell’abbassamento, solo un contatto quotidiano con la sua Parola e il suo spirito potrà elevare l’uomo dalla ricerca di se stesso e della propria gloria.
domenica 14 ottobre 2012
Commento Vangelo XXVIII Dom TO anno B, 14 ottobre 2012.
Quattro spiccioli per il Regno.
17 Mentre Gesù usciva per la via, un tale accorse e, inginocchiatosi davanti a lui, gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?» 18 Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, tranne uno solo, cioè Dio. 19 Tu sai i comandamenti: "Non uccidere; non commettere adulterio; non rubare; non dire falsa testimonianza; non frodare nessuno; onora tuo padre e tua madre"». 20 Ed egli rispose: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia gioventù». 21 Gesù, guardatolo, l'amò e gli disse: «Una cosa ti manca! Va', vendi tutto ciò che hai e dàllo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi». 22 Ma egli, rattristato da quella parola, se ne andò dolente, perché aveva molti beni. 23 Gesù, guardatosi attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto difficilmente coloro che hanno delle ricchezze entreranno nel regno di Dio!» 24 I discepoli si stupirono di queste sue parole. E Gesù replicò loro: «Figlioli, quanto è difficile entrare nel regno di Dio! 25 È più facile per un cammello passare attraverso la cruna di un ago, che per un ricco entrare nel regno di Dio». 26 Ed essi sempre più stupiti dicevano tra di loro: «Chi dunque può essere salvato?» 27 Gesù fissò lo sguardo su di loro e disse: «Agli uomini è impossibile, ma non a Dio; perché ogni cosa è possibile a Dio».
La povertà non è un valore in sé stesso e anzi nell’Antico Testamento solo tardivamente fu recepita come luogo di predilezione da parte di Dio, situazione vitale in cui Dio ama manifestarsi per provocare gli autosufficienti e gli orgogliosi. Questa evoluzione trova il suo culmine in Gesù perché Lui stesso è il povero per eccellenza che chiede di mettere al primo posto i valori del Regno.
Dunque, sebbene la povertà non sia un valore, nella situazione storica in cui l’uomo è venuto a trovarsi a causa del peccato originale e dell’avarizia di tanti, e che Cristo ha assunto, essa può divenire occasione per vivere la povertà evangelica cioè la povertà di spirito che ci permette di accogliere il Cristo, manifestazione unica e irripetibile di Dio, unico e sommo bene. Conseguenza di questo è che per quanto possano essere abbondanti i beni terreni, se ci inducono a non dare il primato al Signore, essi diventano una pietra di scandalo e sarebbe veramente come svendersi la beata vita eterna per quattro spiccioli.
Non è la povertà a suscitare un’adesione interessata e quindi falsa alla fede, ma piuttosto la ricchezza e l’autosufficienza ad allontanare da ogni riferimento trascendente. Non è vero che le tante vocazioni di speciale consacrazione del terzo mondo sono vocazioni di comodo, suscitate dalla fame di pane e di riscatto sociale; questo in realtà può avvenire e di fatto a volte avviene. Tuttavia mi sembra che sia più vero il contrario, cioè che la tanta scarsità di vocazioni consacrate nel nostro mondo cristiano occidentale sia spesso provocata dalla droga del benessere, da quella mancanza di sobrietà spirituale che impedisce il coraggio e l’ardire di lasciare tutto per seguire Gesù.
Testo (Mc 10,17-27)
17 Mentre Gesù usciva per la via, un tale accorse e, inginocchiatosi davanti a lui, gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?» 18 Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, tranne uno solo, cioè Dio. 19 Tu sai i comandamenti: "Non uccidere; non commettere adulterio; non rubare; non dire falsa testimonianza; non frodare nessuno; onora tuo padre e tua madre"». 20 Ed egli rispose: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia gioventù». 21 Gesù, guardatolo, l'amò e gli disse: «Una cosa ti manca! Va', vendi tutto ciò che hai e dàllo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi». 22 Ma egli, rattristato da quella parola, se ne andò dolente, perché aveva molti beni. 23 Gesù, guardatosi attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto difficilmente coloro che hanno delle ricchezze entreranno nel regno di Dio!» 24 I discepoli si stupirono di queste sue parole. E Gesù replicò loro: «Figlioli, quanto è difficile entrare nel regno di Dio! 25 È più facile per un cammello passare attraverso la cruna di un ago, che per un ricco entrare nel regno di Dio». 26 Ed essi sempre più stupiti dicevano tra di loro: «Chi dunque può essere salvato?» 27 Gesù fissò lo sguardo su di loro e disse: «Agli uomini è impossibile, ma non a Dio; perché ogni cosa è possibile a Dio».
Commento
Forse aveva proprio ragione San Paolo quando diceva che “ l'amore del denaro è radice di ogni specie di mali” (1 Tm 6,10); non solo perché la sua è una parola ispirata dall’Alto ma perché l’esperienza sembra confermarlo: il possesso di molti beni, materiali o spirituali che siano, obnubila la mente, soprattutto il cuore, e impedisce di cogliere quello sguardo carico d’amore di Gesù; in fondo l’identità del tale che interpella Gesù per sapere cosa fare di buono per ereditare la vita eterna non viene specificata dall’evangelista forse proprio per farci capire che quel tale rischiamo di esserlo ciascuno di noi che ascolta. La povertà non è un valore in sé stesso e anzi nell’Antico Testamento solo tardivamente fu recepita come luogo di predilezione da parte di Dio, situazione vitale in cui Dio ama manifestarsi per provocare gli autosufficienti e gli orgogliosi. Questa evoluzione trova il suo culmine in Gesù perché Lui stesso è il povero per eccellenza che chiede di mettere al primo posto i valori del Regno.
Dunque, sebbene la povertà non sia un valore, nella situazione storica in cui l’uomo è venuto a trovarsi a causa del peccato originale e dell’avarizia di tanti, e che Cristo ha assunto, essa può divenire occasione per vivere la povertà evangelica cioè la povertà di spirito che ci permette di accogliere il Cristo, manifestazione unica e irripetibile di Dio, unico e sommo bene. Conseguenza di questo è che per quanto possano essere abbondanti i beni terreni, se ci inducono a non dare il primato al Signore, essi diventano una pietra di scandalo e sarebbe veramente come svendersi la beata vita eterna per quattro spiccioli.
Non è la povertà a suscitare un’adesione interessata e quindi falsa alla fede, ma piuttosto la ricchezza e l’autosufficienza ad allontanare da ogni riferimento trascendente. Non è vero che le tante vocazioni di speciale consacrazione del terzo mondo sono vocazioni di comodo, suscitate dalla fame di pane e di riscatto sociale; questo in realtà può avvenire e di fatto a volte avviene. Tuttavia mi sembra che sia più vero il contrario, cioè che la tanta scarsità di vocazioni consacrate nel nostro mondo cristiano occidentale sia spesso provocata dalla droga del benessere, da quella mancanza di sobrietà spirituale che impedisce il coraggio e l’ardire di lasciare tutto per seguire Gesù.
Iscriviti a:
Post (Atom)