Dacci oggi la verità quotidiana.
TESTO (Gv 15,26-27; 16, 13-15)
Quando verrà il Consolatore che io vi manderò dal Padre, lo Spirito di verità che procede dal Padre, egli mi renderà testimonianza;
e anche voi mi renderete testimonianza, perché siete stati con me fin dal principio.
Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso.
Quando però verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future.
Egli mi glorificherà, perché prenderà del mio e ve l'annunzierà.
Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà del mio e ve l'annunzierà.
COMMENTO
Ieri mattina, nel cortile della Parrocchia più grande di Cotonou, mi si è presentata davanti una giovane signora con un fagottino tra le braccia, con dentro una bambina di un mese appena.
“Padre, mesi fa’ ho presi delle medicine per abortire questa bambina”.
Le rispondo: “adesso è contenta di tenerla tra le braccia?”
“SI !”
Anche questo significa arrivare a comprendere la verità tutta intera: quello che non ho capito oggi, forse il Signore me lo farà capire domani, attraverso le vie più strane, più imprevedibili , ma anche più provvidenziali. Quella che qualche mese fa’ era una disgrazia da eliminare e da azzerare, oggi è motivo di gioia e di ripensamento di tutta la propria vita.
Dovremo pregare come per il pane e dire : “Signore, facci comprendere oggi la verità quotidiana” , nel senso di cogliere e comprendere quello che il Signore vuole comunicarci oggi, per essere domani pronti a apprendere un’altra lezione quotidiana. Bisogna avere l’umiltà di aspettare e di restare nell’obbedienza ai comandamenti di Dio perché non tutto è sempre chiaro fin da subito, e non sempre il Signore fa’ Grazie straordinarie come alla suddetta giovane mamma di Cotonou.
Ma questo è proprio il cammino dello Spirito Santo: guidarci alla comprensione progressiva della Verità, del mistero di Cristo, cioè di tutto quello che ci serve per essere nella gioia quaggiù, e per entrare nella vita eterna lassù.
Quante cose stiamo vivendo senza che le capiamo? Non angosciamoci! Lo Spirito di Dio ci guiderà e capiremo, prima o poi capiremo. Dobbiamo oggi affidarci al Signore , leggere gli avvenimenti alla luce della sua volontà, accettare e abbracciare la croce, accettare la verità della croce, la verità di una vita che necessariamente è sempre segnata da qualche croce, e poi arrivati a sera dire: “eccomi qua nelle tue mani, Signore; ti ringrazio di tutto, anche delle sofferenze e delle cose che non arrivo a comprendere come possano rientrare nel tuo disegno d’Amore, perché se tu queste cose le hai permesse, esse saranno un domani fonte di ancor più grandi benedizioni.”
Sicuramente domani comprenderemo qualcosa di più della nostra vita, che finora non avevamo saputo cogliere e apprezzare.
fra Damiano Angelucci da Fano ( OFM Capp): frate itinerante
domenica 20 maggio 2012
Commento al Vangelo dell'Ascensione, 20 maggio 2012.
VANGELO DI CARNE
TESTO (Mc 16,15-20)
Gesù disse loro: «Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato. E questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno i demòni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano i serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno, imporranno le mani ai malati e questi guariranno».
Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu assunto in cielo e sedette alla destra di Dio.
Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore operava insieme con loro e confermava la parola con i prodigi che l'accompagnavano.
COMMENTO
Qui in Bénin l’Ascensione è riconosciuta come festa civile e così viene celebrata dalla Chiesa locale il giorno esatto, cioè 40 giorni dopo la Pasqua, che quest’anno cadeva giovedì scorso 17 maggio. Ho avuto l’occasione e la grazia di celebrare la S. Messa di questa festa in un centro per malati mentali nei pressi di Porto Novo, capitale ufficiale e politica del Bénin (la capitale economica è Cotonou). Il commento a questo testo mi viene ispirato dall’esperienza vissuta tra questi fratelli.
Una ventina di anni fa’ un signore beninese di nome Gregoire ha iniziato a sentire una profonda compassione per i tanti malati di patologie mentali che vedeva rovistare tra i rifiuti per poter trovare qualcosa da mangiare. Iniziò a radunarli in una cosa e con l’aiuto di un amico prete iniziò a prendersene cura, lui e sua moglie. Questi malati iniziarono a guarire e molti di essi poterono ritornare a casa guariti, risanati e amati. Nel frattempo grazie all’aiuto di tanti benefattori, monsieur Gregoire cominciò ad aprire altri centri e i malati continuarono ad arrivare. Solo nel centro di Porto Novo, aperto dieci anni fa’, sono passati 10 mila malati e attualmente vi abitano più di 200 persone affette da varie patologie, dalle più croniche alle più leggere. Due medici e tre infermieri, tutti beninesi, vi lavorano stabilmente, più tutto il personale assistente, senza un soldo di sovvenzione statale; ma la Provvidenza, dicono loro, non è mai mancata.
Il problema nel problema è che qui in Bénin i malati mentali sono spesso sospettati di essere degli ‘stregoni’, cioè persone possedute dal maligno e quindi sono marginalizzati o più spesso cacciati dalla famiglia, aggiungendo alla sofferenza psicologica quella ancora più drammatica della solitudine e dell’abbandono.
La signora che mi ha accolto è una delle responsabili del centro, ma anche lei un giorno bussò alla porta del Centro perché malata e disperata; ora è guarita e lavora come responsabile e sorvegliante, e nel frattempo ha abbracciato la fede cristiana e si è fatta battezzare.
La storia di Gregoire è la più bella esegesi del Vangelo di oggi. Lui è un uomo di fede e basta. Ha scacciato i demoni … dalla testa di chi vedeva demoni dove non c’erano. Ha parlato le lingue di tante etnie, tante quanti sono i centri che ha aperto in diverse regioni del Bénin e della Costa d’Avorio. Ha preso in mano e per mano la vita di tanti essere umani dei quali nessun altro aveva il coraggio di occuparsi. Ha affrontato situazioni umane che altri giudicavano pericolose e perfino demoniache. Ha abbracciato, ha toccato, ha accarezzato la sofferenza di molti, e ha guarito “… mentre il Signore operava insieme con loro e confermava la parola con i prodigi che l'accompagnavano”.
domenica 13 maggio 2012
Commento al Vangelo VI Dom di Pasqua, 13 maggio 2012
NONOSTANTE TUTTO
TESTO (Gv 15,9-17)
Come il Padre ha amato me, così anch'io ho amato voi. Rimanete nel mio amore.
Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore.
Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena.
Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati.
Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici.
Voi siete miei amici, se farete ciò che io vi comando.
Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l'ho fatto conoscere a voi.
Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda.
Questo vi comando: amatevi gli uni gli altri.
COMMENTO
Forse uno dei testi evangelici più semplici, più netti, chiari, dove meno c’è da commentare ma tanto di più da vivere e mettere in pratica. Il discorso di Gesù è come una discesa progressiva fino al nocciolo più vero della sua esperienza umana. Se i discepoli vogliono dimorare, rimanere nel suo amore, devono osservare i suoi comandamenti: osservare i comandamenti di Gesù significa a sua volta amarsi gli uni gli altri come ha fatto lui con noi. Ultimo passaggio: ma come Gesù ci ha amato? Risposta: Gesù ci ha amato da morire!
Chi non ha mai fatto sacrifici per qualcuno non potrà mai dire di aver amato. Una vita che si dona: ecco il solo frutto che può rimanere, il frutto di un’esistenza che ha scelto di donarsi e di impegnarsi nel “per sempre” e “fino in fondo”. Il volersi bene “a tempo” come ci insegna il mondo è invece un frutto che marcisce, perché appartiene non alla logica divina di Gesù, ma alla logica di questo mondo che passa e che marcirà. La nostra giovinezza, le nostre forze, le nostre idee, le nostre passioni, se esse non saranno usate per donarsi nel “per sempre e fino in fondo”, nell’imitazione dello stile di Gesù, non ci daranno mai gioia e marciranno con noi.
TESTO (Gv 15,9-17)
Come il Padre ha amato me, così anch'io ho amato voi. Rimanete nel mio amore.
Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore.
Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena.
Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati.
Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici.
Voi siete miei amici, se farete ciò che io vi comando.
Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l'ho fatto conoscere a voi.
Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda.
Questo vi comando: amatevi gli uni gli altri.
COMMENTO
Forse uno dei testi evangelici più semplici, più netti, chiari, dove meno c’è da commentare ma tanto di più da vivere e mettere in pratica. Il discorso di Gesù è come una discesa progressiva fino al nocciolo più vero della sua esperienza umana. Se i discepoli vogliono dimorare, rimanere nel suo amore, devono osservare i suoi comandamenti: osservare i comandamenti di Gesù significa a sua volta amarsi gli uni gli altri come ha fatto lui con noi. Ultimo passaggio: ma come Gesù ci ha amato? Risposta: Gesù ci ha amato da morire!
Chi non ha mai fatto sacrifici per qualcuno non potrà mai dire di aver amato. Una vita che si dona: ecco il solo frutto che può rimanere, il frutto di un’esistenza che ha scelto di donarsi e di impegnarsi nel “per sempre” e “fino in fondo”. Il volersi bene “a tempo” come ci insegna il mondo è invece un frutto che marcisce, perché appartiene non alla logica divina di Gesù, ma alla logica di questo mondo che passa e che marcirà. La nostra giovinezza, le nostre forze, le nostre idee, le nostre passioni, se esse non saranno usate per donarsi nel “per sempre e fino in fondo”, nell’imitazione dello stile di Gesù, non ci daranno mai gioia e marciranno con noi.
sabato 5 maggio 2012
Commento al Vangelo V Dom Pasqua, 6 maggio 2012
POTARE E’ VOLARE
TESTO (Gv 15, 1-8)
«Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiolo.
Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo toglie e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto.
Voi siete già mondi, per la parola che vi ho annunziato.
Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può far frutto da se stesso se non rimane nella vite, così anche voi se non rimanete in me.
Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla.
Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e si secca, e poi lo raccolgono e lo gettano nel fuoco e lo bruciano.
Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e vi sarà dato.
In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli.
COMMENTO
La Parola di Dio purifica, ci richiama all’essenziale, direi di più: ci accompagna al raggiungimento di ciò che veramente conta, ciò di cui la nostra anima ha veramente bisogno.
Dice Gesù: “voi siete già puri per la Parola che vi ho annunciato”. E’ come se dicesse che la Parola annunciata e accolta ha già realizzato una vera e propria potatura, in vista di un più grande frutto.
Vorrei semplicemente testimoniare la verità di questa Parola di Gesù. Guardandomi dietro le spalle e considerando il cammino percorso, mi accorgo molto spesso, e me ne meraviglio, di come tante cose per me essenziali 20 anni fa’ non lo sono più adesso. Certo è anche frutto del tempo che passa e di uno sguardo più adulto sulla vita, ma anche di una Parola che pian piano si radica nel tuo cuore e che orientandoti alla Meta, ti porta naturalmente e senza tanti sforzi ascetici a sbarazzarti di tante cose inutili, che non servono al Fine e che anzi sono di peso. All’inizio della mia vita religiosa ero un po’ preoccupato per l’anno di noviziato perché nel Noviziato di Camerino ( dei frati Cappuccini del Centro Italia ) vigeva e vige tutt’ora la regola che non si torna nelle famiglie d’origine per un anno intero. Pur nell’entusiasmo della mia vocazione tale distacco mi sembrava notevole; e dire che Camerino dista solo 2 ore di macchina dalla mia città natale! Ora mi trovo a 4 mila chilometri e a 6 ore d’aereo e torno in Italia una volta ogni due anni, eppure dico francamente che la cosa non mi fa’ soffrire, perché la Parola di Dio ha radicato nel mio cuore la convinzione che nessuno mi priverà dell’incontro più bello, più duraturo e più gioioso con tutte le persone più care: quello del Paradiso, nella vita eterna. Il bello ha ancora da venire. Non mi sento ancora puro (tutt’altro!) ma sento che il Signore mi sta conducendo e orientando verso l’essenziale. L’importante è dimorare in Cristo (quante volte Gesù lo ripete in questo Vangelo!), restare fedeli alla sua parola, accettare le esigenze dei suoi insegnamenti , accettare di lasciarsi potare, per sentirsi condurre là dove non avresti mai immaginato di volare. Sia Benedetto il Signore fonte di ogni vera gioia. Potare è volare.
TESTO (Gv 15, 1-8)
«Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiolo.
Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo toglie e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto.
Voi siete già mondi, per la parola che vi ho annunziato.
Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può far frutto da se stesso se non rimane nella vite, così anche voi se non rimanete in me.
Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla.
Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e si secca, e poi lo raccolgono e lo gettano nel fuoco e lo bruciano.
Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e vi sarà dato.
In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli.
COMMENTO
La Parola di Dio purifica, ci richiama all’essenziale, direi di più: ci accompagna al raggiungimento di ciò che veramente conta, ciò di cui la nostra anima ha veramente bisogno.
Dice Gesù: “voi siete già puri per la Parola che vi ho annunciato”. E’ come se dicesse che la Parola annunciata e accolta ha già realizzato una vera e propria potatura, in vista di un più grande frutto.
Vorrei semplicemente testimoniare la verità di questa Parola di Gesù. Guardandomi dietro le spalle e considerando il cammino percorso, mi accorgo molto spesso, e me ne meraviglio, di come tante cose per me essenziali 20 anni fa’ non lo sono più adesso. Certo è anche frutto del tempo che passa e di uno sguardo più adulto sulla vita, ma anche di una Parola che pian piano si radica nel tuo cuore e che orientandoti alla Meta, ti porta naturalmente e senza tanti sforzi ascetici a sbarazzarti di tante cose inutili, che non servono al Fine e che anzi sono di peso. All’inizio della mia vita religiosa ero un po’ preoccupato per l’anno di noviziato perché nel Noviziato di Camerino ( dei frati Cappuccini del Centro Italia ) vigeva e vige tutt’ora la regola che non si torna nelle famiglie d’origine per un anno intero. Pur nell’entusiasmo della mia vocazione tale distacco mi sembrava notevole; e dire che Camerino dista solo 2 ore di macchina dalla mia città natale! Ora mi trovo a 4 mila chilometri e a 6 ore d’aereo e torno in Italia una volta ogni due anni, eppure dico francamente che la cosa non mi fa’ soffrire, perché la Parola di Dio ha radicato nel mio cuore la convinzione che nessuno mi priverà dell’incontro più bello, più duraturo e più gioioso con tutte le persone più care: quello del Paradiso, nella vita eterna. Il bello ha ancora da venire. Non mi sento ancora puro (tutt’altro!) ma sento che il Signore mi sta conducendo e orientando verso l’essenziale. L’importante è dimorare in Cristo (quante volte Gesù lo ripete in questo Vangelo!), restare fedeli alla sua parola, accettare le esigenze dei suoi insegnamenti , accettare di lasciarsi potare, per sentirsi condurre là dove non avresti mai immaginato di volare. Sia Benedetto il Signore fonte di ogni vera gioia. Potare è volare.
sabato 28 aprile 2012
Commento Vangelo IV Dom Pasqua, 29 aprile 2012
Qualche pecora vale veramente una vita ?
TESTO ( Gv 10, 11-18 )
Io sono il buon pastore. Il buon pastore offre la vita per le pecore.
Il mercenario invece, che non è pastore e al quale le pecore non appartengono, vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge e il lupo le rapisce e le disperde;
egli è un mercenario e non gli importa delle pecore.
Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me,
come il Padre conosce me e io conosco il Padre; e offro la vita per le pecore.
E ho altre pecore che non sono di quest'ovile; anche queste io devo condurre; ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge e un solo pastore.
Per questo il Padre mi ama: perché io offro la mia vita, per poi riprenderla di nuovo.
Nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso, poiché ho il potere di offrirla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo comando ho ricevuto dal Padre mio».
COMMENTO
Sarà proprio vero che un buon pastore offre la sua stessa vita per le sue pecore? Un pastore, il più serio, competente e affezionato che si possa trovare, darebbe mai la sua stessa vita per salvare una delle sue pecore? Vedendo che una di queste sta per essere schiacciata da un camion, si getterebbe mai sotto il camion per salvarla? Direi di no. Anzi, un pastore accorto dovrebbe al contrario farle ben pascolare per trarne del buon latte e della buona carne da mangiare.
Si capisce dunque subito in questa immagine, che il pastore a cui Gesù si paragona è un pastore che non esiste quaggiù in terra, è un pastore che è buono, la cui Bontà non è di questo mondo. In fondo, anche noi uomini per cui Gesù da la sua vita non siamo né pecore, né pecoroni; ciascuno di noi è stato dotato di una sua libertà e di una sua coscienza. Proprio per questo l’unico modo di condurre queste pecore ai pascoli della vita eterna non è quello consueto di condurle con un bastone (sebbene il pastorale del Vescovo simboleggia proprio questo) ma quello di condurle con un atto che coinvolga tutta la vita, con un dono totale di se stesso. Proprio ciò che Gesù fa per noi: dona la sua vita in nostro favore, per poi riprenderla e vivere per sempre con noi … “ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge e un solo pastore.”
Di qui la più grande virtù pastorale, o se volete, la più grande virtù di tutti quelli che vogliono educare, cioè “condurre” qualcuno, è quella di disporsi al sacrificio di se stessi. Donarsi e ancora donarsi senza calcoli, e senza aspettarsi il ritorno: cos’altro potrà convincere il mondo che siamo discepoli di un Dio crocifisso?
A volte quando vado a confessare a Cotonou, nella parrocchia più grande della Diocesi e della città, e vedo tanta gente in fila in attesa ore e ore per ricevere l’assoluzione sacramentale, mi chiedo: quanto tempo ancora questi nostri fedeli accetteranno di aspettare due o tre ore per potersi confessare? Quanto tempo ancora accetteranno di sottostare alla nostra comodità e agli orari di noi sacerdoti che forse non ci spezziamo la schiena per renderci disponibili?
TESTO ( Gv 10, 11-18 )
Io sono il buon pastore. Il buon pastore offre la vita per le pecore.
Il mercenario invece, che non è pastore e al quale le pecore non appartengono, vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge e il lupo le rapisce e le disperde;
egli è un mercenario e non gli importa delle pecore.
Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me,
come il Padre conosce me e io conosco il Padre; e offro la vita per le pecore.
E ho altre pecore che non sono di quest'ovile; anche queste io devo condurre; ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge e un solo pastore.
Per questo il Padre mi ama: perché io offro la mia vita, per poi riprenderla di nuovo.
Nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso, poiché ho il potere di offrirla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo comando ho ricevuto dal Padre mio».
COMMENTO
Sarà proprio vero che un buon pastore offre la sua stessa vita per le sue pecore? Un pastore, il più serio, competente e affezionato che si possa trovare, darebbe mai la sua stessa vita per salvare una delle sue pecore? Vedendo che una di queste sta per essere schiacciata da un camion, si getterebbe mai sotto il camion per salvarla? Direi di no. Anzi, un pastore accorto dovrebbe al contrario farle ben pascolare per trarne del buon latte e della buona carne da mangiare.
Si capisce dunque subito in questa immagine, che il pastore a cui Gesù si paragona è un pastore che non esiste quaggiù in terra, è un pastore che è buono, la cui Bontà non è di questo mondo. In fondo, anche noi uomini per cui Gesù da la sua vita non siamo né pecore, né pecoroni; ciascuno di noi è stato dotato di una sua libertà e di una sua coscienza. Proprio per questo l’unico modo di condurre queste pecore ai pascoli della vita eterna non è quello consueto di condurle con un bastone (sebbene il pastorale del Vescovo simboleggia proprio questo) ma quello di condurle con un atto che coinvolga tutta la vita, con un dono totale di se stesso. Proprio ciò che Gesù fa per noi: dona la sua vita in nostro favore, per poi riprenderla e vivere per sempre con noi … “ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge e un solo pastore.”
Di qui la più grande virtù pastorale, o se volete, la più grande virtù di tutti quelli che vogliono educare, cioè “condurre” qualcuno, è quella di disporsi al sacrificio di se stessi. Donarsi e ancora donarsi senza calcoli, e senza aspettarsi il ritorno: cos’altro potrà convincere il mondo che siamo discepoli di un Dio crocifisso?
A volte quando vado a confessare a Cotonou, nella parrocchia più grande della Diocesi e della città, e vedo tanta gente in fila in attesa ore e ore per ricevere l’assoluzione sacramentale, mi chiedo: quanto tempo ancora questi nostri fedeli accetteranno di aspettare due o tre ore per potersi confessare? Quanto tempo ancora accetteranno di sottostare alla nostra comodità e agli orari di noi sacerdoti che forse non ci spezziamo la schiena per renderci disponibili?
domenica 22 aprile 2012
Commento al Vangelo III Dom di Pasqua, anno B, 22 aprile 2012
L’ABC della missione
TESTO (Lc 24,36-49)
Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona apparve in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!».37 Stupiti e spaventati credevano di vedere un fantasma.38 Ma egli disse: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore?39 Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa come vedete che io ho».40 Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi.41 Ma poiché per la grande gioia ancora non credevano ed erano stupefatti, disse: «Avete qui qualche cosa da mangiare?».42 Gli offrirono una porzione di pesce arrostito;43 egli lo prese e lo mangiò davanti a loro.
44 Poi disse: «Sono queste le parole che vi dicevo quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella Legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi».45 Allora aprì loro la mente all'intelligenza delle Scritture e disse:46 «Così sta scritto: il Cristo dovrà patire e risuscitare dai morti il terzo giorno47 e nel suo nome saranno predicati a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme.48 Di questo voi siete testimoni.49 E io manderò su di voi quello che il Padre mio ha promesso; ma voi restate in città, finché non siate rivestiti di potenza dall'alto».
COMMENTO
La testimonianza da rendere a Gesù non è un trattato di filosofia ma l’annuncio che Egli ha sofferto per noi, è resuscitato dalla morte e che attraverso di Lui e per Grazia sua, tutte le nostre colpe sono emendate e cancellate.
San Paolo aveva capito l’essenzialità della Buona Novella e di fatto ai cristiani di Corinto scrive semplicemente:
“Vi ho trasmesso dunque, anzitutto, quello che anch'io ho ricevuto: che cioè Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture, e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici”. (1 Cor 15,3-5)
Forse proprio noi missionari dovremmo meditare un po’ più a lungo queste parole, noi a volte tentati di divenire gli imprenditori della solidarietà a distanza o i manager del “Non-profit”.
Il punto è che per essere testimoni della “conversione e del perdono dei peccati” bisogna vivere da risorti, e fare una continua esperienza delle presenza di Cristo risorto nella nostra vita. Anche San Paolo testimonia qualcosa che lui non ha visto in modo diretto ma che ha ricevuto a sua volta, un annuncio che ha visto incarnato in delle persone concrete. La visione sulla via di Damasco da sola non sarebbe bastata. Proviamo ad essere non i cristiani dei miracoli o delle apparizioni ma i cristiani della conversione quotidiana, del perdono accolto o donato, per divenire ovunque i veri missionari della Bella Notizia.
sabato 14 aprile 2012
Commento al Vangelo II Dom di Pasqua 15 aprile 2012.
DEDICATO AGLI INCREDULI … MARTIRI
TESTO ( Gv 20,19-31)
La sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il costato. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch'io mando voi».
Dopo aver detto questo, alitò su di loro e disse: «Ricevete lo Spirito Santo;
a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi».
Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dissero allora gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò». Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c'era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, si fermò in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano, e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo ma credente!». Rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno!».
COMMENTO
Indubbiamente Tommaso detto Didimo (il gemello) è passato alla storia come colui che per credere ha avuto bisogno di vedere e di toccare, anche se il Vangelo non ci dice che di fatto Tommaso mise le sue dita sul costato di Gesù, e io sono convinto che per credere (‘Mio Signore e mio Dio’) gli fu sufficiente vedere Gesù quale gli si presentò davanti agli occhi.
Pochi tuttavia ricordano che questo Tommaso è lo stesso che, come raccontato in Gv 11,16, alla notizia della morte di Lazzaro e di fronte all’insistenza di Gesù di tornare in Giudea per andarlo a ri-animare, accetta di condividere fino in fondo il destino di Lui e dichiara apertamente: ‘andiamo anche noi a morire con lui!’. Infatti i suoi discepoli gli avevano detto ‘Maestro, appena qualche tempo fa’ i giudei hanno cercato di lapidarti, e adesso tu vuoi ritornare la’ !’
Tommaso sarà pure un incredulo, ma un incredulo martire, uno che ha il cuore pieno di passione, che cerca onestamente delle ragioni umane per credere, che non teme di compromettersi con Gesù e che alla fine arde dal desiderio di vederlo, di toccarlo, perché troppo grande deve essere stato il sentimento suscitato dalla notizia “Abbiamo visto il Signore!” . Non capita anche a noi, di fronte a una notizia meravigliosa, di reagire dicendo “non ci posso credere”?
Sarà per questa ragione, forse, che Gesù ha concesso il bis solo per lui, perché sapeva che la Grazia di quella nuova apparizione poteva non andare perduta. Se potesse servire veramente per aumentare la nostra fede, sono convinto che il Signore non risparmierebbe neppure a noi delle apparizioni straordinarie o dei segni strabilianti. Ma il Signore non sciupa le sua grazie. Ricordate il testo della parabola del povero Lazzaro e dell’uomo ricco (Lc 16,27-30)? “27 E quegli replicò: Allora, padre, ti prego di mandarlo a casa di mio padre,28 perché ho cinque fratelli. Li ammonisca, perché non vengano anch'essi in questo luogo di tormento.29 Ma Abramo rispose: Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro.30 E lui: No, padre Abramo, ma se qualcuno dai morti andrà da loro, si ravvederanno.31 Abramo rispose: Se non ascoltano Mosè e i Profeti, neanche se uno risuscitasse dai morti saranno persuasi».
La nostra fede non ha bisogno di segni ulteriori, ma di leggere nel profondo i tanti segni che il Signore ci ha già dato, e di cominciare ad amare seriamente, Dio e i fratelli.
Il Signore Gesù non avrebbe alcun problema a trasformare le pietre in pani, ma se poi i cuori restano duri come pietra e incapaci di condividere il pane … quale giovamento per la vita eterna?
Non vorrei essere troppo severo verso i miei fratelli beninesi ma talvolta constato tra la nostra gente una fede troppo curiosa, troppo tesa alla ricerca del sensazionale e del miracolo; una fede così non troverà mai segni sufficienti per credere. Se il cuore non è disposto a donare e a sacrificarsi, i segni rimangono sulla pelle, non toccheranno l’anima e non cambieranno la vita.
Chiediamo al Signore un supplemento di fede, ma nel frattempo “andiamo anche noi a morire con lui!’
TESTO ( Gv 20,19-31)
La sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il costato. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch'io mando voi».
Dopo aver detto questo, alitò su di loro e disse: «Ricevete lo Spirito Santo;
a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi».
Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dissero allora gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò». Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c'era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, si fermò in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano, e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo ma credente!». Rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno!».
COMMENTO
Indubbiamente Tommaso detto Didimo (il gemello) è passato alla storia come colui che per credere ha avuto bisogno di vedere e di toccare, anche se il Vangelo non ci dice che di fatto Tommaso mise le sue dita sul costato di Gesù, e io sono convinto che per credere (‘Mio Signore e mio Dio’) gli fu sufficiente vedere Gesù quale gli si presentò davanti agli occhi.
Pochi tuttavia ricordano che questo Tommaso è lo stesso che, come raccontato in Gv 11,16, alla notizia della morte di Lazzaro e di fronte all’insistenza di Gesù di tornare in Giudea per andarlo a ri-animare, accetta di condividere fino in fondo il destino di Lui e dichiara apertamente: ‘andiamo anche noi a morire con lui!’. Infatti i suoi discepoli gli avevano detto ‘Maestro, appena qualche tempo fa’ i giudei hanno cercato di lapidarti, e adesso tu vuoi ritornare la’ !’
Tommaso sarà pure un incredulo, ma un incredulo martire, uno che ha il cuore pieno di passione, che cerca onestamente delle ragioni umane per credere, che non teme di compromettersi con Gesù e che alla fine arde dal desiderio di vederlo, di toccarlo, perché troppo grande deve essere stato il sentimento suscitato dalla notizia “Abbiamo visto il Signore!” . Non capita anche a noi, di fronte a una notizia meravigliosa, di reagire dicendo “non ci posso credere”?
Sarà per questa ragione, forse, che Gesù ha concesso il bis solo per lui, perché sapeva che la Grazia di quella nuova apparizione poteva non andare perduta. Se potesse servire veramente per aumentare la nostra fede, sono convinto che il Signore non risparmierebbe neppure a noi delle apparizioni straordinarie o dei segni strabilianti. Ma il Signore non sciupa le sua grazie. Ricordate il testo della parabola del povero Lazzaro e dell’uomo ricco (Lc 16,27-30)? “27 E quegli replicò: Allora, padre, ti prego di mandarlo a casa di mio padre,28 perché ho cinque fratelli. Li ammonisca, perché non vengano anch'essi in questo luogo di tormento.29 Ma Abramo rispose: Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro.30 E lui: No, padre Abramo, ma se qualcuno dai morti andrà da loro, si ravvederanno.31 Abramo rispose: Se non ascoltano Mosè e i Profeti, neanche se uno risuscitasse dai morti saranno persuasi».
La nostra fede non ha bisogno di segni ulteriori, ma di leggere nel profondo i tanti segni che il Signore ci ha già dato, e di cominciare ad amare seriamente, Dio e i fratelli.
Il Signore Gesù non avrebbe alcun problema a trasformare le pietre in pani, ma se poi i cuori restano duri come pietra e incapaci di condividere il pane … quale giovamento per la vita eterna?
Non vorrei essere troppo severo verso i miei fratelli beninesi ma talvolta constato tra la nostra gente una fede troppo curiosa, troppo tesa alla ricerca del sensazionale e del miracolo; una fede così non troverà mai segni sufficienti per credere. Se il cuore non è disposto a donare e a sacrificarsi, i segni rimangono sulla pelle, non toccheranno l’anima e non cambieranno la vita.
Chiediamo al Signore un supplemento di fede, ma nel frattempo “andiamo anche noi a morire con lui!’
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