Qualche pecora vale veramente una vita ?
TESTO ( Gv 10, 11-18 )
Io sono il buon pastore. Il buon pastore offre la vita per le pecore.
Il mercenario invece, che non è pastore e al quale le pecore non appartengono, vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge e il lupo le rapisce e le disperde;
egli è un mercenario e non gli importa delle pecore.
Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me,
come il Padre conosce me e io conosco il Padre; e offro la vita per le pecore.
E ho altre pecore che non sono di quest'ovile; anche queste io devo condurre; ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge e un solo pastore.
Per questo il Padre mi ama: perché io offro la mia vita, per poi riprenderla di nuovo.
Nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso, poiché ho il potere di offrirla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo comando ho ricevuto dal Padre mio».
COMMENTO
Sarà proprio vero che un buon pastore offre la sua stessa vita per le sue pecore? Un pastore, il più serio, competente e affezionato che si possa trovare, darebbe mai la sua stessa vita per salvare una delle sue pecore? Vedendo che una di queste sta per essere schiacciata da un camion, si getterebbe mai sotto il camion per salvarla? Direi di no. Anzi, un pastore accorto dovrebbe al contrario farle ben pascolare per trarne del buon latte e della buona carne da mangiare.
Si capisce dunque subito in questa immagine, che il pastore a cui Gesù si paragona è un pastore che non esiste quaggiù in terra, è un pastore che è buono, la cui Bontà non è di questo mondo. In fondo, anche noi uomini per cui Gesù da la sua vita non siamo né pecore, né pecoroni; ciascuno di noi è stato dotato di una sua libertà e di una sua coscienza. Proprio per questo l’unico modo di condurre queste pecore ai pascoli della vita eterna non è quello consueto di condurle con un bastone (sebbene il pastorale del Vescovo simboleggia proprio questo) ma quello di condurle con un atto che coinvolga tutta la vita, con un dono totale di se stesso. Proprio ciò che Gesù fa per noi: dona la sua vita in nostro favore, per poi riprenderla e vivere per sempre con noi … “ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge e un solo pastore.”
Di qui la più grande virtù pastorale, o se volete, la più grande virtù di tutti quelli che vogliono educare, cioè “condurre” qualcuno, è quella di disporsi al sacrificio di se stessi. Donarsi e ancora donarsi senza calcoli, e senza aspettarsi il ritorno: cos’altro potrà convincere il mondo che siamo discepoli di un Dio crocifisso?
A volte quando vado a confessare a Cotonou, nella parrocchia più grande della Diocesi e della città, e vedo tanta gente in fila in attesa ore e ore per ricevere l’assoluzione sacramentale, mi chiedo: quanto tempo ancora questi nostri fedeli accetteranno di aspettare due o tre ore per potersi confessare? Quanto tempo ancora accetteranno di sottostare alla nostra comodità e agli orari di noi sacerdoti che forse non ci spezziamo la schiena per renderci disponibili?
fra Damiano Angelucci da Fano ( OFM Capp): frate itinerante
sabato 28 aprile 2012
domenica 22 aprile 2012
Commento al Vangelo III Dom di Pasqua, anno B, 22 aprile 2012
L’ABC della missione
TESTO (Lc 24,36-49)
Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona apparve in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!».37 Stupiti e spaventati credevano di vedere un fantasma.38 Ma egli disse: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore?39 Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa come vedete che io ho».40 Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi.41 Ma poiché per la grande gioia ancora non credevano ed erano stupefatti, disse: «Avete qui qualche cosa da mangiare?».42 Gli offrirono una porzione di pesce arrostito;43 egli lo prese e lo mangiò davanti a loro.
44 Poi disse: «Sono queste le parole che vi dicevo quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella Legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi».45 Allora aprì loro la mente all'intelligenza delle Scritture e disse:46 «Così sta scritto: il Cristo dovrà patire e risuscitare dai morti il terzo giorno47 e nel suo nome saranno predicati a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme.48 Di questo voi siete testimoni.49 E io manderò su di voi quello che il Padre mio ha promesso; ma voi restate in città, finché non siate rivestiti di potenza dall'alto».
COMMENTO
La testimonianza da rendere a Gesù non è un trattato di filosofia ma l’annuncio che Egli ha sofferto per noi, è resuscitato dalla morte e che attraverso di Lui e per Grazia sua, tutte le nostre colpe sono emendate e cancellate.
San Paolo aveva capito l’essenzialità della Buona Novella e di fatto ai cristiani di Corinto scrive semplicemente:
“Vi ho trasmesso dunque, anzitutto, quello che anch'io ho ricevuto: che cioè Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture, e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici”. (1 Cor 15,3-5)
Forse proprio noi missionari dovremmo meditare un po’ più a lungo queste parole, noi a volte tentati di divenire gli imprenditori della solidarietà a distanza o i manager del “Non-profit”.
Il punto è che per essere testimoni della “conversione e del perdono dei peccati” bisogna vivere da risorti, e fare una continua esperienza delle presenza di Cristo risorto nella nostra vita. Anche San Paolo testimonia qualcosa che lui non ha visto in modo diretto ma che ha ricevuto a sua volta, un annuncio che ha visto incarnato in delle persone concrete. La visione sulla via di Damasco da sola non sarebbe bastata. Proviamo ad essere non i cristiani dei miracoli o delle apparizioni ma i cristiani della conversione quotidiana, del perdono accolto o donato, per divenire ovunque i veri missionari della Bella Notizia.
sabato 14 aprile 2012
Commento al Vangelo II Dom di Pasqua 15 aprile 2012.
DEDICATO AGLI INCREDULI … MARTIRI
TESTO ( Gv 20,19-31)
La sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il costato. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch'io mando voi».
Dopo aver detto questo, alitò su di loro e disse: «Ricevete lo Spirito Santo;
a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi».
Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dissero allora gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò». Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c'era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, si fermò in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano, e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo ma credente!». Rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno!».
COMMENTO
Indubbiamente Tommaso detto Didimo (il gemello) è passato alla storia come colui che per credere ha avuto bisogno di vedere e di toccare, anche se il Vangelo non ci dice che di fatto Tommaso mise le sue dita sul costato di Gesù, e io sono convinto che per credere (‘Mio Signore e mio Dio’) gli fu sufficiente vedere Gesù quale gli si presentò davanti agli occhi.
Pochi tuttavia ricordano che questo Tommaso è lo stesso che, come raccontato in Gv 11,16, alla notizia della morte di Lazzaro e di fronte all’insistenza di Gesù di tornare in Giudea per andarlo a ri-animare, accetta di condividere fino in fondo il destino di Lui e dichiara apertamente: ‘andiamo anche noi a morire con lui!’. Infatti i suoi discepoli gli avevano detto ‘Maestro, appena qualche tempo fa’ i giudei hanno cercato di lapidarti, e adesso tu vuoi ritornare la’ !’
Tommaso sarà pure un incredulo, ma un incredulo martire, uno che ha il cuore pieno di passione, che cerca onestamente delle ragioni umane per credere, che non teme di compromettersi con Gesù e che alla fine arde dal desiderio di vederlo, di toccarlo, perché troppo grande deve essere stato il sentimento suscitato dalla notizia “Abbiamo visto il Signore!” . Non capita anche a noi, di fronte a una notizia meravigliosa, di reagire dicendo “non ci posso credere”?
Sarà per questa ragione, forse, che Gesù ha concesso il bis solo per lui, perché sapeva che la Grazia di quella nuova apparizione poteva non andare perduta. Se potesse servire veramente per aumentare la nostra fede, sono convinto che il Signore non risparmierebbe neppure a noi delle apparizioni straordinarie o dei segni strabilianti. Ma il Signore non sciupa le sua grazie. Ricordate il testo della parabola del povero Lazzaro e dell’uomo ricco (Lc 16,27-30)? “27 E quegli replicò: Allora, padre, ti prego di mandarlo a casa di mio padre,28 perché ho cinque fratelli. Li ammonisca, perché non vengano anch'essi in questo luogo di tormento.29 Ma Abramo rispose: Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro.30 E lui: No, padre Abramo, ma se qualcuno dai morti andrà da loro, si ravvederanno.31 Abramo rispose: Se non ascoltano Mosè e i Profeti, neanche se uno risuscitasse dai morti saranno persuasi».
La nostra fede non ha bisogno di segni ulteriori, ma di leggere nel profondo i tanti segni che il Signore ci ha già dato, e di cominciare ad amare seriamente, Dio e i fratelli.
Il Signore Gesù non avrebbe alcun problema a trasformare le pietre in pani, ma se poi i cuori restano duri come pietra e incapaci di condividere il pane … quale giovamento per la vita eterna?
Non vorrei essere troppo severo verso i miei fratelli beninesi ma talvolta constato tra la nostra gente una fede troppo curiosa, troppo tesa alla ricerca del sensazionale e del miracolo; una fede così non troverà mai segni sufficienti per credere. Se il cuore non è disposto a donare e a sacrificarsi, i segni rimangono sulla pelle, non toccheranno l’anima e non cambieranno la vita.
Chiediamo al Signore un supplemento di fede, ma nel frattempo “andiamo anche noi a morire con lui!’
TESTO ( Gv 20,19-31)
La sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il costato. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch'io mando voi».
Dopo aver detto questo, alitò su di loro e disse: «Ricevete lo Spirito Santo;
a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi».
Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dissero allora gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò». Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c'era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, si fermò in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano, e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo ma credente!». Rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno!».
COMMENTO
Indubbiamente Tommaso detto Didimo (il gemello) è passato alla storia come colui che per credere ha avuto bisogno di vedere e di toccare, anche se il Vangelo non ci dice che di fatto Tommaso mise le sue dita sul costato di Gesù, e io sono convinto che per credere (‘Mio Signore e mio Dio’) gli fu sufficiente vedere Gesù quale gli si presentò davanti agli occhi.
Pochi tuttavia ricordano che questo Tommaso è lo stesso che, come raccontato in Gv 11,16, alla notizia della morte di Lazzaro e di fronte all’insistenza di Gesù di tornare in Giudea per andarlo a ri-animare, accetta di condividere fino in fondo il destino di Lui e dichiara apertamente: ‘andiamo anche noi a morire con lui!’. Infatti i suoi discepoli gli avevano detto ‘Maestro, appena qualche tempo fa’ i giudei hanno cercato di lapidarti, e adesso tu vuoi ritornare la’ !’
Tommaso sarà pure un incredulo, ma un incredulo martire, uno che ha il cuore pieno di passione, che cerca onestamente delle ragioni umane per credere, che non teme di compromettersi con Gesù e che alla fine arde dal desiderio di vederlo, di toccarlo, perché troppo grande deve essere stato il sentimento suscitato dalla notizia “Abbiamo visto il Signore!” . Non capita anche a noi, di fronte a una notizia meravigliosa, di reagire dicendo “non ci posso credere”?
Sarà per questa ragione, forse, che Gesù ha concesso il bis solo per lui, perché sapeva che la Grazia di quella nuova apparizione poteva non andare perduta. Se potesse servire veramente per aumentare la nostra fede, sono convinto che il Signore non risparmierebbe neppure a noi delle apparizioni straordinarie o dei segni strabilianti. Ma il Signore non sciupa le sua grazie. Ricordate il testo della parabola del povero Lazzaro e dell’uomo ricco (Lc 16,27-30)? “27 E quegli replicò: Allora, padre, ti prego di mandarlo a casa di mio padre,28 perché ho cinque fratelli. Li ammonisca, perché non vengano anch'essi in questo luogo di tormento.29 Ma Abramo rispose: Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro.30 E lui: No, padre Abramo, ma se qualcuno dai morti andrà da loro, si ravvederanno.31 Abramo rispose: Se non ascoltano Mosè e i Profeti, neanche se uno risuscitasse dai morti saranno persuasi».
La nostra fede non ha bisogno di segni ulteriori, ma di leggere nel profondo i tanti segni che il Signore ci ha già dato, e di cominciare ad amare seriamente, Dio e i fratelli.
Il Signore Gesù non avrebbe alcun problema a trasformare le pietre in pani, ma se poi i cuori restano duri come pietra e incapaci di condividere il pane … quale giovamento per la vita eterna?
Non vorrei essere troppo severo verso i miei fratelli beninesi ma talvolta constato tra la nostra gente una fede troppo curiosa, troppo tesa alla ricerca del sensazionale e del miracolo; una fede così non troverà mai segni sufficienti per credere. Se il cuore non è disposto a donare e a sacrificarsi, i segni rimangono sulla pelle, non toccheranno l’anima e non cambieranno la vita.
Chiediamo al Signore un supplemento di fede, ma nel frattempo “andiamo anche noi a morire con lui!’
sabato 7 aprile 2012
Commento al Vangelo Dom di Pasqua 8 aprile 2012.
S-FONDARE LA SPERANZA
TESTO (Mc 16,1-9)
Passato il sabato, Maria di Màgdala, Maria di Giacomo e Salome comprarono oli aromatici per andare a imbalsamare Gesù. Di buon mattino, il primo giorno dopo il sabato, vennero al sepolcro al levar del sole. Esse dicevano tra loro: «Chi ci rotolerà via il masso dall'ingresso del sepolcro?». Ma, guardando, videro che il masso era già stato rotolato via, benché fosse molto grande. Entrando nel sepolcro, videro un giovane, seduto sulla destra, vestito d'una veste bianca, ed ebbero paura. Ma egli disse loro: «Non abbiate paura! Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. E' risorto, non è qui. Ecco il luogo dove l'avevano deposto. Ora andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro che egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ha detto». Ed esse, uscite, fuggirono via dal sepolcro perché erano piene di timore e di spavento. E non dissero niente a nessuno, perché avevano paura.
COMMENTO
C’è qualcosa di viscerale nelle tre donne che corrono al sepolcro : esse sanno che non potranno da sole rotolare la pietra del sepolcro e che per giunta difficilmente potranno trovare a quell’ora della notte (o del mattino, se volete) qualcuno che le potrà aiutare. Eppure esse partono, con i loro oli aromatici, pronte a imbalsamare il corpo di Gesù se mai troveranno qualcuno che gli aprirà la porta del sepolcro.
La loro segreta speranza è in realtà esaudita ma in una maniera inattesa e Qualcuno ha veramente rotolato via la pietra del sepolcro, ma tuttavia non c’è più nessun corpo da imbalsamare. Quegli oli dovrebbero piuttosto servire per imbalsamare i loro cuori vecchi, morti, che non osano andare oltre i soliti orizzonti terreni, che non hanno ancora capito le allusioni di Gesù quando annunciava la distruzione del “tempio” e la sua ricostruzione in tre giorni. La speranza delle tre donne vola molto basso, è fondata sulla terra: il corpo di Gesù è stato messo dentro la tomba, e quello stesso corpo occorre andare a imbalsamare! E' una speranza che non decolla e che non riesce ad immaginare il Nuovo assoluto, e l’annuncio della resurrezione di Gesù è talmente sconvolgente che la paura si impadronisce dei loro cuori.
Anche noi dobbiamo infrangere gli orizzonti terreni della nostra fede, anche noi dobbiamo dare un fondamento nuovo, divino alle nostre aspettative troppo chiuse, dobbiamo s-fondare le nostre speranze, per ritrovare il fondamento assoluto della Parola del Signore: quella Parola che crea dal nulla e che è capace di rinnovare tutto e di aprire nuovi ed imprevedibili cammini.
TESTO (Mc 16,1-9)
Passato il sabato, Maria di Màgdala, Maria di Giacomo e Salome comprarono oli aromatici per andare a imbalsamare Gesù. Di buon mattino, il primo giorno dopo il sabato, vennero al sepolcro al levar del sole. Esse dicevano tra loro: «Chi ci rotolerà via il masso dall'ingresso del sepolcro?». Ma, guardando, videro che il masso era già stato rotolato via, benché fosse molto grande. Entrando nel sepolcro, videro un giovane, seduto sulla destra, vestito d'una veste bianca, ed ebbero paura. Ma egli disse loro: «Non abbiate paura! Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. E' risorto, non è qui. Ecco il luogo dove l'avevano deposto. Ora andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro che egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ha detto». Ed esse, uscite, fuggirono via dal sepolcro perché erano piene di timore e di spavento. E non dissero niente a nessuno, perché avevano paura.
COMMENTO
C’è qualcosa di viscerale nelle tre donne che corrono al sepolcro : esse sanno che non potranno da sole rotolare la pietra del sepolcro e che per giunta difficilmente potranno trovare a quell’ora della notte (o del mattino, se volete) qualcuno che le potrà aiutare. Eppure esse partono, con i loro oli aromatici, pronte a imbalsamare il corpo di Gesù se mai troveranno qualcuno che gli aprirà la porta del sepolcro.
La loro segreta speranza è in realtà esaudita ma in una maniera inattesa e Qualcuno ha veramente rotolato via la pietra del sepolcro, ma tuttavia non c’è più nessun corpo da imbalsamare. Quegli oli dovrebbero piuttosto servire per imbalsamare i loro cuori vecchi, morti, che non osano andare oltre i soliti orizzonti terreni, che non hanno ancora capito le allusioni di Gesù quando annunciava la distruzione del “tempio” e la sua ricostruzione in tre giorni. La speranza delle tre donne vola molto basso, è fondata sulla terra: il corpo di Gesù è stato messo dentro la tomba, e quello stesso corpo occorre andare a imbalsamare! E' una speranza che non decolla e che non riesce ad immaginare il Nuovo assoluto, e l’annuncio della resurrezione di Gesù è talmente sconvolgente che la paura si impadronisce dei loro cuori.
Anche noi dobbiamo infrangere gli orizzonti terreni della nostra fede, anche noi dobbiamo dare un fondamento nuovo, divino alle nostre aspettative troppo chiuse, dobbiamo s-fondare le nostre speranze, per ritrovare il fondamento assoluto della Parola del Signore: quella Parola che crea dal nulla e che è capace di rinnovare tutto e di aprire nuovi ed imprevedibili cammini.
venerdì 30 marzo 2012
Commento al Vangelo Dom delle Palme anno B 1 aprile 2012.
PENULTIMA PUNTATA: LA CROCE
TESTO Mc 14,1-15,47
COMMENTO
L’ingresso di Gesù a Gerusalemme costituisce per noi l’ingresso nella settimana più santa di tutto l’anno liturgico, la settimana santa per eccellenza. Quello che mi colpisce dell’epilogo della vicenda di Gesù di Nazareth non è solamente il passaggio rapido dalle acclamazioni entusiaste della folla al grido crudele “crocifiggilo” del giorno dopo. Lascia ancor più sconcertati la sua progressiva messa in ombra da parte della gente. La sofferenza diviene insopportabile quando è congiunta all’abbandono ma allo stesso tempo la passione di Cristo diviene il punto più alto della com-passione di Dio nei confronti dell’uomo. Dio decide di farsi uomo per soffrire con l’uomo , nella sua stessa natura umana, per aiutarlo a “passare” con Lui da questa vita alla vita eterna. Non per colpa della croce di Cristo ci sono ancora tanti uomini nel mondo che soffrono, ma al contrario per colpa della sofferenza entrata nel mondo col peccato, Dio ha scelto il gesto supremo di compassione della croce.
Giorni fa’ sono entrato in una delle tante prigioni africane. Il detenuto che sono andato a trovare mi ha raccontato di tanti compagni che , a differenza di lui, non hanno soldi per pagarsi una stanzina e che sono costretti a dormire a centinaia in un unico grande salone stendendosi per terra a turno e restando in piedi il resto della notte. Ogni mattina vengono portati via tre quattro detenuti (morti) a causa del caldo, dei problemi di circolazione del sangue, e dello stress.
In tutto questo oceano di dolore, di disperazione e di abbandono dove è Dio? Cosa fa’?
Dio, nella persona di Cristo, sta soffrendo ‘in’ e ‘con’ tutte quelle persone disperate e condotte alla morte.
Ma poi Cristo è risorto!
TESTO Mc 14,1-15,47
COMMENTO
L’ingresso di Gesù a Gerusalemme costituisce per noi l’ingresso nella settimana più santa di tutto l’anno liturgico, la settimana santa per eccellenza. Quello che mi colpisce dell’epilogo della vicenda di Gesù di Nazareth non è solamente il passaggio rapido dalle acclamazioni entusiaste della folla al grido crudele “crocifiggilo” del giorno dopo. Lascia ancor più sconcertati la sua progressiva messa in ombra da parte della gente. La sofferenza diviene insopportabile quando è congiunta all’abbandono ma allo stesso tempo la passione di Cristo diviene il punto più alto della com-passione di Dio nei confronti dell’uomo. Dio decide di farsi uomo per soffrire con l’uomo , nella sua stessa natura umana, per aiutarlo a “passare” con Lui da questa vita alla vita eterna. Non per colpa della croce di Cristo ci sono ancora tanti uomini nel mondo che soffrono, ma al contrario per colpa della sofferenza entrata nel mondo col peccato, Dio ha scelto il gesto supremo di compassione della croce.
Giorni fa’ sono entrato in una delle tante prigioni africane. Il detenuto che sono andato a trovare mi ha raccontato di tanti compagni che , a differenza di lui, non hanno soldi per pagarsi una stanzina e che sono costretti a dormire a centinaia in un unico grande salone stendendosi per terra a turno e restando in piedi il resto della notte. Ogni mattina vengono portati via tre quattro detenuti (morti) a causa del caldo, dei problemi di circolazione del sangue, e dello stress.
In tutto questo oceano di dolore, di disperazione e di abbandono dove è Dio? Cosa fa’?
Dio, nella persona di Cristo, sta soffrendo ‘in’ e ‘con’ tutte quelle persone disperate e condotte alla morte.
Ma poi Cristo è risorto!
domenica 25 marzo 2012
Commento al Vangelo V Dom Quaresima anno B 25 marzo 2012.
DALLA STALLA ALLE STELLE...con deviazione sul Calvario
TESTO (Gv 12,20-33)
Tra quelli che erano saliti per il culto durante la festa, c'erano anche alcuni Greci. Questi si avvicinarono a Filippo, che era di Betsàida di Galilea, e gli chiesero: «Signore, vogliamo vedere Gesù». Filippo andò a dirlo ad Andrea, e poi Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù. Gesù rispose: «E' giunta l'ora che sia glorificato il Figlio dell'uomo.
In verità, in verità vi dico: se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto.
Chi ama la sua vita la perde e chi odia la sua vita in questo mondo la conserverà per la vita eterna.
Se uno mi vuol servire mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servo. Se uno mi serve, il Padre lo onorerà.
Ora l'anima mia è turbata; e che devo dire? Padre, salvami da quest'ora? Ma per questo sono giunto a quest'ora!
Padre, glorifica il tuo nome». Venne allora una voce dal cielo: «L'ho glorificato e di nuovo lo glorificherò!».
La folla che era presente e aveva udito diceva che era stato un tuono. Altri dicevano: «Un angelo gli ha parlato». Rispose Gesù: «Questa voce non è venuta per me, ma per voi. Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori.
Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me».
Questo diceva per indicare di qual morte doveva morire.
COMMENTO
In questo passaggio di Vangelo troviamo l’angoscia dell’orto degli ulivi e la gloria della Trasfigurazione del monte Tabor: Gesù è in preda a un momento di smarrimento ma allo stesso tempo dal Cielo la voce di Dio Padre viene a testimoniare, non a Lui ma ai presenti, che la gloria divina non si è mai staccata da lui , né mai si distaccherà. Ecco perché alla domanda di alcuni greci di vederlo, Gesù risponde con una risposta apparentemente evasiva: infatti Gesù è la rivelazione e la presenza dell’amore di Dio Padre che giungerà al suo culmine nella rivelazione–liberazione della croce. Chi vuole VEDERE Gesù deve seguire andare ai piedi della croce e contemplare il suo essere “l’amore di Dio Padre per noi”. Ecco perché Gesù parla di gloria che nel linguaggio della Bibbia significa piena manifestazione, il risplendere di ciò che una cosa è. Tutto questo è la croce di Gesù: passione, agonia, combattimento, ma anche abisso di amore, donazione, altruismo perfetto, la croce dall’alto della quale Gesù attira tutti a sé.
Perché tutti in fondo capiscono che l’amore che può redimere è l’amore di chi è venuto a dare solamente, senza niente chiedere. In fondo è proprio questo che colpisce di tutta la vicenda di Gesù, quel suo morire con dignità, non nascondendo la Verità ma svelando l’immensità del suo cuore squarciato.
Verrebbe da pensare che non è il caso di sottolineare troppo il volto sofferente del Cristo per invogliare gli uomini a interessarsi di lui, ma guarda caso in quasi tutte le parrocchie beninesi la cosa più evidente è la riproduzione del monte Calvario all’ingresso del cortile parrocchiale, con una statua del Crocefisso vistosamente sanguinante. Potrà sembrare un gusto macabro, retaggio di una cultura incentrata su riti sacrificali e a volte di sacrifici anche umani, ma ciò risponde piuttosto, a mio avviso, a quell’intimo desiderio del cuore umano di toccare con mano un amore veramente puro e disinteressato, un amore che dona tutto se stesso pur di abbassarsi al più piccolo tra i piccoli per poi innalzarlo. “Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me. Questo diceva per indicare di qual morte doveva morire”.
TESTO (Gv 12,20-33)
Tra quelli che erano saliti per il culto durante la festa, c'erano anche alcuni Greci. Questi si avvicinarono a Filippo, che era di Betsàida di Galilea, e gli chiesero: «Signore, vogliamo vedere Gesù». Filippo andò a dirlo ad Andrea, e poi Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù. Gesù rispose: «E' giunta l'ora che sia glorificato il Figlio dell'uomo.
In verità, in verità vi dico: se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto.
Chi ama la sua vita la perde e chi odia la sua vita in questo mondo la conserverà per la vita eterna.
Se uno mi vuol servire mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servo. Se uno mi serve, il Padre lo onorerà.
Ora l'anima mia è turbata; e che devo dire? Padre, salvami da quest'ora? Ma per questo sono giunto a quest'ora!
Padre, glorifica il tuo nome». Venne allora una voce dal cielo: «L'ho glorificato e di nuovo lo glorificherò!».
La folla che era presente e aveva udito diceva che era stato un tuono. Altri dicevano: «Un angelo gli ha parlato». Rispose Gesù: «Questa voce non è venuta per me, ma per voi. Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori.
Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me».
Questo diceva per indicare di qual morte doveva morire.
COMMENTO
In questo passaggio di Vangelo troviamo l’angoscia dell’orto degli ulivi e la gloria della Trasfigurazione del monte Tabor: Gesù è in preda a un momento di smarrimento ma allo stesso tempo dal Cielo la voce di Dio Padre viene a testimoniare, non a Lui ma ai presenti, che la gloria divina non si è mai staccata da lui , né mai si distaccherà. Ecco perché alla domanda di alcuni greci di vederlo, Gesù risponde con una risposta apparentemente evasiva: infatti Gesù è la rivelazione e la presenza dell’amore di Dio Padre che giungerà al suo culmine nella rivelazione–liberazione della croce. Chi vuole VEDERE Gesù deve seguire andare ai piedi della croce e contemplare il suo essere “l’amore di Dio Padre per noi”. Ecco perché Gesù parla di gloria che nel linguaggio della Bibbia significa piena manifestazione, il risplendere di ciò che una cosa è. Tutto questo è la croce di Gesù: passione, agonia, combattimento, ma anche abisso di amore, donazione, altruismo perfetto, la croce dall’alto della quale Gesù attira tutti a sé.
Perché tutti in fondo capiscono che l’amore che può redimere è l’amore di chi è venuto a dare solamente, senza niente chiedere. In fondo è proprio questo che colpisce di tutta la vicenda di Gesù, quel suo morire con dignità, non nascondendo la Verità ma svelando l’immensità del suo cuore squarciato.
Verrebbe da pensare che non è il caso di sottolineare troppo il volto sofferente del Cristo per invogliare gli uomini a interessarsi di lui, ma guarda caso in quasi tutte le parrocchie beninesi la cosa più evidente è la riproduzione del monte Calvario all’ingresso del cortile parrocchiale, con una statua del Crocefisso vistosamente sanguinante. Potrà sembrare un gusto macabro, retaggio di una cultura incentrata su riti sacrificali e a volte di sacrifici anche umani, ma ciò risponde piuttosto, a mio avviso, a quell’intimo desiderio del cuore umano di toccare con mano un amore veramente puro e disinteressato, un amore che dona tutto se stesso pur di abbassarsi al più piccolo tra i piccoli per poi innalzarlo. “Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me. Questo diceva per indicare di qual morte doveva morire”.
domenica 18 marzo 2012
Commento al Vangelo IV Dom Quaresima anno B 18 marzo 2012.
ALLA LUCE DI CRISTO
TESTO (Gv 3,14-21)
E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell'uomo,
perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna».
Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna.
Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui.
Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell'unigenito Figlio di Dio.
E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce, perché le loro opere erano malvagie.
Chiunque infatti fa il male, odia la luce e non viene alla luce perché non siano svelate le sue opere.
Ma chi opera la verità viene alla luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio.
COMMENTO
Chi opera il male può non esserne cosciente, ma quando ne ha consapevolezza fa di tutto per restare nell’oscurità. Ho già avuto modo di raccontare che qui in Benin il sistema di sicurezza più comune usato dalla gente per proteggersi dai ladri notturni è la luce. I ladri normalmente qui vengono di notte perché hanno paura della luce. ( In Camerun da dove sono appena rientrato i banditi tuttavia non hanno paura neppure della luce e già due – tre volte hanno fatto irruzione nei nostri conventi pistole alla mano … che se è vero che in quelle zone montagnose è un mezzo paradiso terrestre quanto a clima , bellezza della natura e assenza di malaria, io preferisco tenermi il caldo, l’umidità e le zanzare del Benin!)
Gesù ce lo ricorda: chi fa’ il male cerca di restare nelle tenebre. In tutta coscienza chi fa’ il male avrà sempre la sensazione di non essere totalmente a posto con la propria coscienza, perché ciascuno nasce alla luce del mondo con iscritta nel proprio cuore la legge di Dio.
Il male diventa un circolo vizioso dove tutto si giustifica e tutto diventa bene dove tutto si può fare; una cella di una prigione senza porte né finestre, dove tuttavia c’è una e una sola via d’uscita: l’amore misericordioso di Dio rivelato in Cristo crocifisso.
La croce di Gesù è l’unica guarigione contro ogni male. Quello fisico, perché nella peggiore delle ipotesi il male fisico porta alla morte ma dalla morte si risorge; quello morale, perché solo il Signore ci libera veramente dal peso dei nostri peccati e dal rimorso di essi; quello spirituale, perché solo il Signore innalzato sulla croce ci fa sentire la vicinanza di Dio in ogni frangente della nostra vita.
La debolezza di Gesù crocifisso è più potente della potenza degli uomini, e più saggia della saggezza umana, come ci diceva la seconda lettura di Domenica scorsa.
Mi colpì moltissimo, i primi giorni qui in Benin, la testimonianza dei miei confratelli riguardo la diffusissima pratica della stregoneria. Quando gli stregoni o i fattucchieri vengono interpellati per fare un maleficio contro un prete cattolico, essi si rifiutano di farlo perché dicono che il Dio dei preti è più potente dei loro spiriti. Carissimi fratelli in Cristo, perché temere ancora? Siamo in una botte di ferro. Di chi dobbiamo ancora avere paura?
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