PER LUI, CON LUI E IN LUI
TESTO (Mc 1,12-15)
Subito dopo lo Spirito lo sospinse nel deserto e vi rimase quaranta giorni, tentato da satana; stava con le fiere e gli angeli lo servivano. Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù si recò nella Galilea predicando il vangelo di Dio e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo».
COMMENTO
Cosa vi colpisce della vita di Gesù, quali sono le parole e i suoi gesti che più attirano la vostra attenzione e che suscitano interesse e il desiderio di conoscerlo meglio?
Se dovessi rispondere a questa domanda direi che la cosa più decisiva e affascinante è il suo atteggiamento verso la sofferenza umana. Mi piace di lui che non cerca di spiegare. Gesù non ha cercato di dare una ragione dei mali del mondo svelando il principio della sofferenza, ma l’ha semplicemente assunta su di sé e ha cominciato la sua esperienza di uomo tra gli uomini, debole tra i deboli. Per questo ha compatito, ha convertito e ha vinto.
Infatti proprio per essere stato messo alla prova ed avere sofferto personalmente, è in grado di venire in aiuto a quelli che subiscono la prova. ( He 2,18 ).
Anche Gesù a cominciare dal deserto ha sofferto la tentazione, il fascino cioè del peccato, del piacere immediato al posto della gioia vera; anche Gesù ha avuto la tentazione di prendere le scorciatoie di un dio-fai-da-te.
Gesù ha sofferto tutto quello che hai sofferto e che stai soffrendo anche tu per aiutarti a uscirne e ritrovare il cammino verso l’unico Dio, il Dio-con-noi. E quando c’è questa disponibilità totale alla volontà di Dio il deserto della tentazione lascia spazio al Nuovo che comincia.
“Stava con le fiere e gli angeli lo servivano”. Ecco l’immagine del nuovo mondo che spunta, un mondo riconciliato dove cielo e terra si toccano di nuovo, ove non c’è più da temere né violenza, né odio, né “bestie feroci” ma dove a partire dalla piena accoglienza delle pulsioni dello Spirito tutto diviene fratello e sorella, come già diceva Francesco d’Assisi.
fra Damiano Angelucci da Fano ( OFM Capp): frate itinerante
sabato 25 febbraio 2012
sabato 18 febbraio 2012
Commento al Vangelo VII Domenica TO Anno B 19 febbraio 2012.
AFRICA, ALZATI E CAMMINA!
TESTO (Mc 2,1-12)
Ed entrò di nuovo a Cafarnao dopo alcuni giorni. Si seppe che era in casa e si radunarono tante persone, da non esserci più posto neanche davanti alla porta, ed egli annunziava loro la parola. Si recarono da lui con un paralitico portato da quattro persone. Non potendo però portarglielo innanzi, a causa della folla, scoperchiarono il tetto nel punto dov'egli si trovava e, fatta un'apertura, calarono il lettuccio su cui giaceva il paralitico. Gesù, vista la loro fede, disse al paralitico: «Figliolo, ti sono rimessi i tuoi peccati».
Seduti là erano alcuni scribi che pensavano in cuor loro: «Perché costui parla così? Bestemmia! Chi può rimettere i peccati se non Dio solo?». Ma Gesù, avendo subito conosciuto nel suo spirito che così pensavano tra sé, disse loro: «Perché pensate così nei vostri cuori? Che cosa è più facile: dire al paralitico: Ti sono rimessi i peccati, o dire: Alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina? Ora, perché sappiate che il Figlio dell'uomo ha il potere sulla terra di rimettere i peccati, ti ordino - disse al paralitico - alzati, prendi il tuo lettuccio e và a casa tua». Quegli si alzò, prese il suo lettuccio e se ne andò in presenza di tutti e tutti si meravigliarono e lodavano Dio dicendo: «Non abbiamo mai visto nulla di simile!».
COMMENTO
Raramente nei Vangeli vediamo Gesù soffermarsi a dare spiegazioni delle sue guarigioni o dei suoi miracoli. Nel celebre capitolo 11 di San Giovanni, Gesù fa un lungo discorso-annuncio sulla pienezza della vita che egli è venuto a ristabilire, dopodiché chiama Lazzaro fuori dalla sua tomba; cosicché le sue parole spiegano e trovano conferma nella realizzazione di quel gesto prodigioso. Nell’episodio di questa Domenica troviamo qualcosa di simile: Gesù annuncia il perdono dei peccati a un paralitico che forse non sperava di tornare a camminare ma che sicuramente non si aspettava di ricevere la dichiarazione del perdono dei suoi peccati.
Eppure il perdono dei peccati, più della guarigione, rivela la vera identità umana ma allo stesso tempo divina di Gesù. Non a caso lo scriba presente alla scena pensa: « Chi può rimettere i peccati se non Dio solo?». Lo scriba pensava bene, ma non si era ancora reso conto di trovarsi alla presenza di Dio stesso, fattosi uomo nella persona di Gesù di Nazareth.
Gesù è venuto proclamare a la Parola di salvezza, la Parola di misericordia e di amore di Dio Padre: questa è la sua principale preoccupazione, anche di fronte alla folla che viene da ogni parte attirata dalla fame di guaritore … “Si seppe che era in casa e si radunarono tante persone, da non esserci più posto neanche davanti alla porta, ed egli annunziava loro la parola”.
Cercando come sempre di calare il Vangelo nella realtà in cui vivo, non posso non andare con la mente a ciò che ho visto il 18-20 ottobre 2011 qui in Bénin in occasione della visita di Benedetto XVI. Un immagine mi è rimasta fortemente impressa: quella della folla in tripudio quando il Papa ha fatto ingresso nello stadio di Cotonou per celebrare la Santa Messa domenicale. Una folla che per molti aspetti assomigliava alle folle che seguivano Gesù nei suoi spostamenti tra Cafarnao e il lago di Galilea: persone attirate dal fascino di qualcuno di cui hanno sentito parlare in maniera entusiasta e dotato di un carisma tutto particolare; e di fronte alle folle Benedetto XVI, come Gesù 2000 anni fa’, ha annunciato loro la parola e tra le altre cose, presentando l’esortazione sinodale sull’Africa “Africae munus”, ha detto: “Africa, alzati e cammina!”
Forse qualche paralitico si è rialzato, ma di certo molti hanno detto: «Non abbiamo mai visto nulla di simile!».
TESTO (Mc 2,1-12)
Ed entrò di nuovo a Cafarnao dopo alcuni giorni. Si seppe che era in casa e si radunarono tante persone, da non esserci più posto neanche davanti alla porta, ed egli annunziava loro la parola. Si recarono da lui con un paralitico portato da quattro persone. Non potendo però portarglielo innanzi, a causa della folla, scoperchiarono il tetto nel punto dov'egli si trovava e, fatta un'apertura, calarono il lettuccio su cui giaceva il paralitico. Gesù, vista la loro fede, disse al paralitico: «Figliolo, ti sono rimessi i tuoi peccati».
Seduti là erano alcuni scribi che pensavano in cuor loro: «Perché costui parla così? Bestemmia! Chi può rimettere i peccati se non Dio solo?». Ma Gesù, avendo subito conosciuto nel suo spirito che così pensavano tra sé, disse loro: «Perché pensate così nei vostri cuori? Che cosa è più facile: dire al paralitico: Ti sono rimessi i peccati, o dire: Alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina? Ora, perché sappiate che il Figlio dell'uomo ha il potere sulla terra di rimettere i peccati, ti ordino - disse al paralitico - alzati, prendi il tuo lettuccio e và a casa tua». Quegli si alzò, prese il suo lettuccio e se ne andò in presenza di tutti e tutti si meravigliarono e lodavano Dio dicendo: «Non abbiamo mai visto nulla di simile!».
COMMENTO
Raramente nei Vangeli vediamo Gesù soffermarsi a dare spiegazioni delle sue guarigioni o dei suoi miracoli. Nel celebre capitolo 11 di San Giovanni, Gesù fa un lungo discorso-annuncio sulla pienezza della vita che egli è venuto a ristabilire, dopodiché chiama Lazzaro fuori dalla sua tomba; cosicché le sue parole spiegano e trovano conferma nella realizzazione di quel gesto prodigioso. Nell’episodio di questa Domenica troviamo qualcosa di simile: Gesù annuncia il perdono dei peccati a un paralitico che forse non sperava di tornare a camminare ma che sicuramente non si aspettava di ricevere la dichiarazione del perdono dei suoi peccati.
Eppure il perdono dei peccati, più della guarigione, rivela la vera identità umana ma allo stesso tempo divina di Gesù. Non a caso lo scriba presente alla scena pensa: « Chi può rimettere i peccati se non Dio solo?». Lo scriba pensava bene, ma non si era ancora reso conto di trovarsi alla presenza di Dio stesso, fattosi uomo nella persona di Gesù di Nazareth.
Gesù è venuto proclamare a la Parola di salvezza, la Parola di misericordia e di amore di Dio Padre: questa è la sua principale preoccupazione, anche di fronte alla folla che viene da ogni parte attirata dalla fame di guaritore … “Si seppe che era in casa e si radunarono tante persone, da non esserci più posto neanche davanti alla porta, ed egli annunziava loro la parola”.
Cercando come sempre di calare il Vangelo nella realtà in cui vivo, non posso non andare con la mente a ciò che ho visto il 18-20 ottobre 2011 qui in Bénin in occasione della visita di Benedetto XVI. Un immagine mi è rimasta fortemente impressa: quella della folla in tripudio quando il Papa ha fatto ingresso nello stadio di Cotonou per celebrare la Santa Messa domenicale. Una folla che per molti aspetti assomigliava alle folle che seguivano Gesù nei suoi spostamenti tra Cafarnao e il lago di Galilea: persone attirate dal fascino di qualcuno di cui hanno sentito parlare in maniera entusiasta e dotato di un carisma tutto particolare; e di fronte alle folle Benedetto XVI, come Gesù 2000 anni fa’, ha annunciato loro la parola e tra le altre cose, presentando l’esortazione sinodale sull’Africa “Africae munus”, ha detto: “Africa, alzati e cammina!”
Forse qualche paralitico si è rialzato, ma di certo molti hanno detto: «Non abbiamo mai visto nulla di simile!».
venerdì 10 febbraio 2012
Commento al Vangelo VI Domenica TO Anno B 12 febbraio 2012.
SE TU VUOI, TU PUOI.
TESTO (Mc 1,40-45)
Allora venne a lui un lebbroso: lo supplicava in ginocchio e gli diceva: «Se vuoi, puoi guarirmi!». Mosso a compassione, stese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, guarisci!». Subito la lebbra scomparve ed egli guarì. E, ammonendolo severamente, lo rimandò e gli disse: «Guarda di non dir niente a nessuno, ma và, presentati al sacerdote, e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha ordinato, a testimonianza per loro».
Ma quegli, allontanatosi, cominciò a proclamare e a divulgare il fatto, al punto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma se ne stava fuori, in luoghi deserti, e venivano a lui da ogni parte.
COMMENTO
Quando leggo questo episodio vado subito con la mente all’esperienza di San Francesco d’Assisi: lui aveva un vivo ribrezzo per i lebbrosi ma un giorno, ci dice nel suo Testamento, il Signore stesso lo condusse tra loro e incominciò ad usare ad essi della misericordia. Francesco non fece miracoli di guarigione ma fece miracoli di condivisione. La guarigione operata da Gesù non sola provoca al lebbroso un evidente bene fisico ma anche un bene relazionale: sappiamo molto bene infatti che i lebbrosi erano totalmente emarginati e per paura del contagio erano tenuti alla larga da tutti. Il lebbroso del Vangelo che fa’ questo atto di fede così bello: “se tu vuoi tu puoi”, è ristabilito nella salute fisica e anche nella comunione umana. La sua lebbra è simbolo del peccato che non solo porta alla morte eterna ma isola l’uomo dall’uomo creando la divisione. Il miracolo della condivisione operato da San Francesco è stato la capacità di trasmettere la compassione e dunque l’amore del Signore a tutti i poveri e gli emarginati che incontrava, a tutti coloro che erano colpiti dai tanti tipi di lebbra che separano l’uomo dall’uomo, rendendolo triste e senza speranza.
Il miracolo della condivisione di San Francesco si realizza ancora oggi quando in suo nome qualcuno si prende carico dei malati, degli esclusi, di quelli che non fanno notizia per trasmettere loro affetto, simpatia, comunione, tenerezza.
Sto pensando al Centro “Saint François d’Assise” di Cotonou, un centro di formazione e di reinserimento sociale per bambini e ragazzi handicappati con il quale collaboro saltuariamente. In molti strati della società beninese la sindrome 21 (il mongolismo) e tutte le forme di disabilità mentali sono temute come contagiose o come un cattivo presagio, e le difficoltà di inserimento di questi ragazzi sono enormi. Ma in nome di Francesco d’Assisi anche qui c’è qualcuno che ha il coraggio di accogliere questi “lebbrosi” e di fare il miracolo della condivisione, per testimoniare al mondo che Dio ha scelto ciò che agli occhi del mondo è debole e stolto per confondere i sapienti. E par far capire a noi, uomini sapienti e sani, che la lebbra della nostra indifferenza ci sta isolando e rendendo sempre più tristi e pessimisti.
TESTO (Mc 1,40-45)
Allora venne a lui un lebbroso: lo supplicava in ginocchio e gli diceva: «Se vuoi, puoi guarirmi!». Mosso a compassione, stese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, guarisci!». Subito la lebbra scomparve ed egli guarì. E, ammonendolo severamente, lo rimandò e gli disse: «Guarda di non dir niente a nessuno, ma và, presentati al sacerdote, e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha ordinato, a testimonianza per loro».
Ma quegli, allontanatosi, cominciò a proclamare e a divulgare il fatto, al punto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma se ne stava fuori, in luoghi deserti, e venivano a lui da ogni parte.
COMMENTO
Quando leggo questo episodio vado subito con la mente all’esperienza di San Francesco d’Assisi: lui aveva un vivo ribrezzo per i lebbrosi ma un giorno, ci dice nel suo Testamento, il Signore stesso lo condusse tra loro e incominciò ad usare ad essi della misericordia. Francesco non fece miracoli di guarigione ma fece miracoli di condivisione. La guarigione operata da Gesù non sola provoca al lebbroso un evidente bene fisico ma anche un bene relazionale: sappiamo molto bene infatti che i lebbrosi erano totalmente emarginati e per paura del contagio erano tenuti alla larga da tutti. Il lebbroso del Vangelo che fa’ questo atto di fede così bello: “se tu vuoi tu puoi”, è ristabilito nella salute fisica e anche nella comunione umana. La sua lebbra è simbolo del peccato che non solo porta alla morte eterna ma isola l’uomo dall’uomo creando la divisione. Il miracolo della condivisione operato da San Francesco è stato la capacità di trasmettere la compassione e dunque l’amore del Signore a tutti i poveri e gli emarginati che incontrava, a tutti coloro che erano colpiti dai tanti tipi di lebbra che separano l’uomo dall’uomo, rendendolo triste e senza speranza.
Il miracolo della condivisione di San Francesco si realizza ancora oggi quando in suo nome qualcuno si prende carico dei malati, degli esclusi, di quelli che non fanno notizia per trasmettere loro affetto, simpatia, comunione, tenerezza.
Sto pensando al Centro “Saint François d’Assise” di Cotonou, un centro di formazione e di reinserimento sociale per bambini e ragazzi handicappati con il quale collaboro saltuariamente. In molti strati della società beninese la sindrome 21 (il mongolismo) e tutte le forme di disabilità mentali sono temute come contagiose o come un cattivo presagio, e le difficoltà di inserimento di questi ragazzi sono enormi. Ma in nome di Francesco d’Assisi anche qui c’è qualcuno che ha il coraggio di accogliere questi “lebbrosi” e di fare il miracolo della condivisione, per testimoniare al mondo che Dio ha scelto ciò che agli occhi del mondo è debole e stolto per confondere i sapienti. E par far capire a noi, uomini sapienti e sani, che la lebbra della nostra indifferenza ci sta isolando e rendendo sempre più tristi e pessimisti.
domenica 5 febbraio 2012
Commento al Vangelo V Dom TO Anno B 5 febbraio 2012
SERVIZIO COMPLETO
TESTO(Mc 1,29-39)
E, usciti dalla sinagoga, si recarono subito in casa di Simone e di Andrea, in compagnia di Giacomo e di Giovanni. La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei. Egli, accostatosi, la sollevò prendendola per mano; la febbre la lasciò ed essa si mise a servirli.
Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. Tutta la città era riunita davanti alla porta. Guarì molti che erano afflitti da varie malattie e scacciò molti demòni; ma non permetteva ai demòni di parlare, perché lo conoscevano.
Al mattino si alzò quando ancora era buio e, uscito di casa, si ritirò in un luogo deserto e là pregava. Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce e, trovatolo, gli dissero: «Tutti ti cercano!». Egli disse loro: «Andiamocene altrove per i villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!». E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demòni.
COMMENTO
Questi primi versetti del Vangelo di Marco ci mostrano Gesù in tutta l’ampiezza della sua vita pubblica. Guarisce la suocera di Pietro e in generale guarisce molti “che erano afflitti da varie malattie”, scaccia molti demoni, predica in tutte le sinagoghe della Galilea e soprattutto passa lunghi momenti in preghiera. Tutto questo raggiungerà il suo culmine nel gesto più importante che Gesù ha fatto per noi: il sacrificio della croce, farmaco di immortalità e quindi di vera e definitiva guarigione, perpetua preghiera di intercessione per la salvezza del mondo, e definitiva sconfitta del demonio.
Già da queste prime righe capiamo che “Il Figlio dell'uomo infatti non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti”. (Mc 10,45).
Mi piace soffermarmi in particolare sulla guarigione della suocera di Pietro. Essa non ha molto di straordinario, e in fondo non era necessario un gran miracolo per guarire un po’ di febbre. Quello che mi colpisce, e che forse ha colpito anche l’evangelista Marco che tra le tante ha voluto riportare a parte questa guarigione, è la rapidità della scena e della risposta della donna. “La febbre la lasciò ed essa si mise a servirli”.
La donna dona qualcosa di sé e del suo tempo a Colui che le ha donato la guarigione. Il servire della donna è una risposta all’atto d’amore del Cristo il quale non le ha comandato nulla e non le ha posto alcuna condizione per guarirla; Gesù ha solo avuto compassione di lei ed ella risponde con il suo atto di servire Gesù e i suoi compagni.
Mi sembra una piccola icona della nostra vita cristiana, o almeno di quello che dovrebbe essere: un atto di servizio e di donazione a Chi per primo si è donato a noi, un rendere grazie con tutta la nostra carità a Colui che ci ha rivelato l’immensa Carità di Dio Padre, attraverso la nostra preghiera di lode e ringraziamento, e attraverso il servizio ai fratelli nei quali si rende presente il Signore.
Spero che corrisponda ad un profondo atteggiamento interiore, ma mi colpisce molto l’attenzione che qui in Bénin si pone nella liturgia al fatto di ringraziare. A tutte le Messe domenicali e solenni, al momento degli avvisi e prima della benedizione finale, c’è sempre quella che viene definita “l’azione di grazie”. La definizione è impropria perché tutta la celebrazione eucaristica è “azione di grazie”, tuttavia è interessante notare che questo momento è vissuto come un momento di gioia e di festa. La corale intona sempre canti molto festosi (e rumorosi) e spesso al canto si unisce la danza; il tutto per accompagnare una questua supplementare che appunto è un offerta di ringraziamento per le meraviglie compiute dal Signore e celebrate nell’Eucaristia.
La carità cristiana, quella vera, non è un obbligo che ci viene imposto dal di fuori, né un gesto interessato; essa è piuttosto il frutto della contemplazione della bontà di Dio che Gesù ci ha manifestato.
Il Catechismo della Chiesa Cattolica ci dice al n. 1828:
“ La pratica della vita morale animata dalla carità dà al cristiano la libertà spirituale dei figli di Dio. Egli non sta davanti a Dio come uno schiavo, nel timore servile, né come il mercenario in cerca del salario, ma come un figlio che corrisponde all'amore di colui che "ci ha amati per primo" ( 1Gv 4,19 ): ‘O ci allontaniamo dal male per timore del castigo e siamo nella disposizione dello schiavo. O ci lasciamo prendere dall'attrattiva della ricompensa e siamo simili ai mercenari. Oppure è per il bene in se stesso e per l'amore di colui che comanda che noi obbediamo. . . e allora siamo nella disposizione dei figli’ (San Basilio di Cesarea) “
TESTO(Mc 1,29-39)
E, usciti dalla sinagoga, si recarono subito in casa di Simone e di Andrea, in compagnia di Giacomo e di Giovanni. La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei. Egli, accostatosi, la sollevò prendendola per mano; la febbre la lasciò ed essa si mise a servirli.
Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. Tutta la città era riunita davanti alla porta. Guarì molti che erano afflitti da varie malattie e scacciò molti demòni; ma non permetteva ai demòni di parlare, perché lo conoscevano.
Al mattino si alzò quando ancora era buio e, uscito di casa, si ritirò in un luogo deserto e là pregava. Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce e, trovatolo, gli dissero: «Tutti ti cercano!». Egli disse loro: «Andiamocene altrove per i villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!». E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demòni.
COMMENTO
Questi primi versetti del Vangelo di Marco ci mostrano Gesù in tutta l’ampiezza della sua vita pubblica. Guarisce la suocera di Pietro e in generale guarisce molti “che erano afflitti da varie malattie”, scaccia molti demoni, predica in tutte le sinagoghe della Galilea e soprattutto passa lunghi momenti in preghiera. Tutto questo raggiungerà il suo culmine nel gesto più importante che Gesù ha fatto per noi: il sacrificio della croce, farmaco di immortalità e quindi di vera e definitiva guarigione, perpetua preghiera di intercessione per la salvezza del mondo, e definitiva sconfitta del demonio.
Già da queste prime righe capiamo che “Il Figlio dell'uomo infatti non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti”. (Mc 10,45).
Mi piace soffermarmi in particolare sulla guarigione della suocera di Pietro. Essa non ha molto di straordinario, e in fondo non era necessario un gran miracolo per guarire un po’ di febbre. Quello che mi colpisce, e che forse ha colpito anche l’evangelista Marco che tra le tante ha voluto riportare a parte questa guarigione, è la rapidità della scena e della risposta della donna. “La febbre la lasciò ed essa si mise a servirli”.
La donna dona qualcosa di sé e del suo tempo a Colui che le ha donato la guarigione. Il servire della donna è una risposta all’atto d’amore del Cristo il quale non le ha comandato nulla e non le ha posto alcuna condizione per guarirla; Gesù ha solo avuto compassione di lei ed ella risponde con il suo atto di servire Gesù e i suoi compagni.
Mi sembra una piccola icona della nostra vita cristiana, o almeno di quello che dovrebbe essere: un atto di servizio e di donazione a Chi per primo si è donato a noi, un rendere grazie con tutta la nostra carità a Colui che ci ha rivelato l’immensa Carità di Dio Padre, attraverso la nostra preghiera di lode e ringraziamento, e attraverso il servizio ai fratelli nei quali si rende presente il Signore.
Spero che corrisponda ad un profondo atteggiamento interiore, ma mi colpisce molto l’attenzione che qui in Bénin si pone nella liturgia al fatto di ringraziare. A tutte le Messe domenicali e solenni, al momento degli avvisi e prima della benedizione finale, c’è sempre quella che viene definita “l’azione di grazie”. La definizione è impropria perché tutta la celebrazione eucaristica è “azione di grazie”, tuttavia è interessante notare che questo momento è vissuto come un momento di gioia e di festa. La corale intona sempre canti molto festosi (e rumorosi) e spesso al canto si unisce la danza; il tutto per accompagnare una questua supplementare che appunto è un offerta di ringraziamento per le meraviglie compiute dal Signore e celebrate nell’Eucaristia.
La carità cristiana, quella vera, non è un obbligo che ci viene imposto dal di fuori, né un gesto interessato; essa è piuttosto il frutto della contemplazione della bontà di Dio che Gesù ci ha manifestato.
Il Catechismo della Chiesa Cattolica ci dice al n. 1828:
“ La pratica della vita morale animata dalla carità dà al cristiano la libertà spirituale dei figli di Dio. Egli non sta davanti a Dio come uno schiavo, nel timore servile, né come il mercenario in cerca del salario, ma come un figlio che corrisponde all'amore di colui che "ci ha amati per primo" ( 1Gv 4,19 ): ‘O ci allontaniamo dal male per timore del castigo e siamo nella disposizione dello schiavo. O ci lasciamo prendere dall'attrattiva della ricompensa e siamo simili ai mercenari. Oppure è per il bene in se stesso e per l'amore di colui che comanda che noi obbediamo. . . e allora siamo nella disposizione dei figli’ (San Basilio di Cesarea) “
domenica 29 gennaio 2012
Commento al Vangelo IV Domenica TO Anno B 29 gennaio 2012.
TUTTA COLPA DEL DIAVOLO?
TESTO (Mc 1,21-28)
Andarono a Cafarnao e, entrato proprio di sabato nella sinagoga, Gesù si mise ad insegnare. Ed erano stupiti del suo insegnamento, perché insegnava loro come uno che ha autorità e non come gli scribi.
Allora un uomo che era nella sinagoga, posseduto da uno spirito immondo, si mise a gridare: «Che c'entri con noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci! Io so chi tu sei: il santo di Dio». E Gesù lo sgridò: «Taci! Esci da quell'uomo». E lo spirito immondo, straziandolo e gridando forte, uscì da lui. Tutti furono presi da timore, tanto che si chiedevano a vicenda: «Che è mai questo? Una dottrina nuova insegnata con autorità. Comanda persino agli spiriti immondi e gli obbediscono!». La sua fama si diffuse subito dovunque nei dintorni della Galilea.
COMMENTO
Se qualche volta prima di venire qui in Bénin mi sono stupito nel constatare che molti cristiani non credono nell’esistenza del maligno e delle sue azioni, adesso al contrario mi trovo spesso costretto a cercare di convincere i fratelli cristiani che non possiamo e non dobbiamo dargli troppa importanza, altrimenti diventa un alibi. Una malattia può venire interpretata come la vendetta dello spirito di un defunto, un incidente stradale come una punizione di uno spirito maligno e quando tutto va bene si va’ a fare la consultazione da ‘qualcuno’ per conoscere l’avvenire o si va da ‘qualcun altro’ per proteggersi dall’invidia degli altri. Molti vivono dunque sotto la cappa della paura, del fatalismo, di un timore di Dio che non è senso di rispetto della Maestà divina ma paura del male che se ne può ricevere.
Ho letto su una rivista francofona di uno strano processo in Arabia Saudita a carico di due uomini accusati di gravi atti di violenza. La difesa di uno dei due ha presentato una dettagliata perizia psichiatrica in cui si certificava che egli non era nel pieno uso delle sue normali facoltà, e tuttavia è stato condannato a diversi anni di carcere. La difesa del secondo ha dichiarato che al momento dei crimini contestati l’uomo in questione era posseduto da un demonio e che quindi il crimine non era riconducibile a lui ma al demonio; quest’uomo è stato assolto!
La soluzione è interessante, soprattutto perché offre una bella scappatoia per tirarsi fuori da qualche impiccio, ma al tempo stesso è avvilente riguardo al riconoscimento della libertà e della dignità dell’uomo. Il Signore Gesù, ci dice il Vangelo di oggi, ci ha liberati dal potere di satana che per altro ha riconosciuto la sua potenza e la sua identità messianica: «Che c'entri con noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci! Io so chi tu sei: il santo di Dio». L’uomo che invece non riconosce tale potenza resta in balia delle sue paure, delle sue superstizioni, resta schiavo del male sotto le sue diverse manifestazioni.
Entrando nella Sinagoga di Cafarnao il Signore insegna come uno che ha autorità, perché la sua autorità gli viene da Dio stesso e con la sua autorità scaccia lo spirito impuro. Da questo momento in poi l’uomo non ha più alibi, perché nella persona di Cristo ha trovato il liberatore, la forza di Dio onnipotente, il Santo di Dio.
TESTO (Mc 1,21-28)
Andarono a Cafarnao e, entrato proprio di sabato nella sinagoga, Gesù si mise ad insegnare. Ed erano stupiti del suo insegnamento, perché insegnava loro come uno che ha autorità e non come gli scribi.
Allora un uomo che era nella sinagoga, posseduto da uno spirito immondo, si mise a gridare: «Che c'entri con noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci! Io so chi tu sei: il santo di Dio». E Gesù lo sgridò: «Taci! Esci da quell'uomo». E lo spirito immondo, straziandolo e gridando forte, uscì da lui. Tutti furono presi da timore, tanto che si chiedevano a vicenda: «Che è mai questo? Una dottrina nuova insegnata con autorità. Comanda persino agli spiriti immondi e gli obbediscono!». La sua fama si diffuse subito dovunque nei dintorni della Galilea.
COMMENTO
Se qualche volta prima di venire qui in Bénin mi sono stupito nel constatare che molti cristiani non credono nell’esistenza del maligno e delle sue azioni, adesso al contrario mi trovo spesso costretto a cercare di convincere i fratelli cristiani che non possiamo e non dobbiamo dargli troppa importanza, altrimenti diventa un alibi. Una malattia può venire interpretata come la vendetta dello spirito di un defunto, un incidente stradale come una punizione di uno spirito maligno e quando tutto va bene si va’ a fare la consultazione da ‘qualcuno’ per conoscere l’avvenire o si va da ‘qualcun altro’ per proteggersi dall’invidia degli altri. Molti vivono dunque sotto la cappa della paura, del fatalismo, di un timore di Dio che non è senso di rispetto della Maestà divina ma paura del male che se ne può ricevere.
Ho letto su una rivista francofona di uno strano processo in Arabia Saudita a carico di due uomini accusati di gravi atti di violenza. La difesa di uno dei due ha presentato una dettagliata perizia psichiatrica in cui si certificava che egli non era nel pieno uso delle sue normali facoltà, e tuttavia è stato condannato a diversi anni di carcere. La difesa del secondo ha dichiarato che al momento dei crimini contestati l’uomo in questione era posseduto da un demonio e che quindi il crimine non era riconducibile a lui ma al demonio; quest’uomo è stato assolto!
La soluzione è interessante, soprattutto perché offre una bella scappatoia per tirarsi fuori da qualche impiccio, ma al tempo stesso è avvilente riguardo al riconoscimento della libertà e della dignità dell’uomo. Il Signore Gesù, ci dice il Vangelo di oggi, ci ha liberati dal potere di satana che per altro ha riconosciuto la sua potenza e la sua identità messianica: «Che c'entri con noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci! Io so chi tu sei: il santo di Dio». L’uomo che invece non riconosce tale potenza resta in balia delle sue paure, delle sue superstizioni, resta schiavo del male sotto le sue diverse manifestazioni.
Entrando nella Sinagoga di Cafarnao il Signore insegna come uno che ha autorità, perché la sua autorità gli viene da Dio stesso e con la sua autorità scaccia lo spirito impuro. Da questo momento in poi l’uomo non ha più alibi, perché nella persona di Cristo ha trovato il liberatore, la forza di Dio onnipotente, il Santo di Dio.
Non possiamo e non dobbiamo temere niente e nessuno, ma solo noi stessi e l’uso malsano della nostra libertà di coscienza. La potenza di Gesù è sempre in azione, la sua parola è sempre una parola autorevole che dissolve ogni desiderio e tentazione di male, così come il calore del sole dissolve la neve. Come a Cafarnao, così in ogni luogo e ogni giorno, specialmente in ogni celebrazione liturgica, Gesù interviene nelle nostre assemblee e ci parla con autorità. E quella parola ci libera.
“Infatti la parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell'anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore”. (Eb 4,12)
venerdì 20 gennaio 2012
Commento al Vangelo III Domenica TO Anno B 22 gennaio 2012.
SEGUITEMI , VI FARÓ UN TEST D’AMMISSIONE
TESTO (Mc 1,14-20)
Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù si recò nella Galilea predicando il vangelo di Dio e diceva:
«Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo».
Passando lungo il mare della Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Gesù disse loro: «Seguitemi, vi farò diventare pescatori di uomini». E subito, lasciate le reti, lo seguirono. Andando un poco oltre, vide sulla barca anche Giacomo di Zebedèo e Giovanni suo fratello mentre riassettavano le reti. Li chiamò. Ed essi, lasciato il loro padre Zebedèo sulla barca con i garzoni, lo seguirono.
COMMENTO
“ Venite , vi farò diventare pescatori di uomini ”. Sto pensando al modo differente con cui il Signore pronuncia questo invito in contesti differenti. Nelle diocesi delle Marche dove ho vissuto qualche anno della mia attività pastorale, la chiamata alla sequela di Gesù non appare qualcosa di invitante o attraente, tutt’altro, e per trovare qualche giovane disposto a accogliere su di se l’idea di una vocazione di speciale consacrazione si ha un bel lavoro da fare: quanto meno lo devi prima convincere che il mondo non mantiene tutte le promesse che sembra fare, e che la radicalità evangelica di chi lascia tutto per il Regno di Dio non castra l’uomo ma lo apre ad orizzonti di eternità.
Qui nel sud del Benin, invece, per entrare in seminario bisogna superare un test d’ammissione. Ogni parroco presenta al vescovo i giovani aspiranti che lui ritiene idonei e poi la cernita viene fatta su scala nazionale sulla base di un test di cultura generale e di cultura religiosa, e quelli che non passano non hanno che a ripresentarsi l’anno successivo. Sembrerà assurdo ma anche in una modalità così barbina e così poco spirituale, c’è sempre la mano del Signore che chiama, che si serve degli errori umani, delle sviste ( e della buona volontà dei più ) per pronunciare ancora oggi: “Venite , vi farò diventare pescatori di uomini”.
Penso a quelle ragazze del nord del Benin che entrano nelle sola congregazione religiosa presente nel raggio di 50 chilometri dal loro villaggio; ci si potrebbe domandare:vera vocazione o mancanza di alternative? Ma anche per loro il Signore pronuncia lo stesso invito, con la stessa libertà e la stessa amorevolezza. Anche per loro tutto ciò che è contesto sociale, storico, culturale ed ecclesiale diviene nelle mani di Dio mediazione di una chiamata irrevocabile; se si ha la fede e dunque la capacità di guardare la propria storia con gli occhi di Dio, tutto diviene presenza e voce di Colui che interpella e chiama: “Venite , vi farò diventare pescatori di uomini”.
“Ma il Figlio dell'uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?”. (Lc 18,8)
TESTO (Mc 1,14-20)
Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù si recò nella Galilea predicando il vangelo di Dio e diceva:
«Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo».
Passando lungo il mare della Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Gesù disse loro: «Seguitemi, vi farò diventare pescatori di uomini». E subito, lasciate le reti, lo seguirono. Andando un poco oltre, vide sulla barca anche Giacomo di Zebedèo e Giovanni suo fratello mentre riassettavano le reti. Li chiamò. Ed essi, lasciato il loro padre Zebedèo sulla barca con i garzoni, lo seguirono.
COMMENTO
“ Venite , vi farò diventare pescatori di uomini ”. Sto pensando al modo differente con cui il Signore pronuncia questo invito in contesti differenti. Nelle diocesi delle Marche dove ho vissuto qualche anno della mia attività pastorale, la chiamata alla sequela di Gesù non appare qualcosa di invitante o attraente, tutt’altro, e per trovare qualche giovane disposto a accogliere su di se l’idea di una vocazione di speciale consacrazione si ha un bel lavoro da fare: quanto meno lo devi prima convincere che il mondo non mantiene tutte le promesse che sembra fare, e che la radicalità evangelica di chi lascia tutto per il Regno di Dio non castra l’uomo ma lo apre ad orizzonti di eternità.
Qui nel sud del Benin, invece, per entrare in seminario bisogna superare un test d’ammissione. Ogni parroco presenta al vescovo i giovani aspiranti che lui ritiene idonei e poi la cernita viene fatta su scala nazionale sulla base di un test di cultura generale e di cultura religiosa, e quelli che non passano non hanno che a ripresentarsi l’anno successivo. Sembrerà assurdo ma anche in una modalità così barbina e così poco spirituale, c’è sempre la mano del Signore che chiama, che si serve degli errori umani, delle sviste ( e della buona volontà dei più ) per pronunciare ancora oggi: “Venite , vi farò diventare pescatori di uomini”.
Penso a quelle ragazze del nord del Benin che entrano nelle sola congregazione religiosa presente nel raggio di 50 chilometri dal loro villaggio; ci si potrebbe domandare:vera vocazione o mancanza di alternative? Ma anche per loro il Signore pronuncia lo stesso invito, con la stessa libertà e la stessa amorevolezza. Anche per loro tutto ciò che è contesto sociale, storico, culturale ed ecclesiale diviene nelle mani di Dio mediazione di una chiamata irrevocabile; se si ha la fede e dunque la capacità di guardare la propria storia con gli occhi di Dio, tutto diviene presenza e voce di Colui che interpella e chiama: “Venite , vi farò diventare pescatori di uomini”.
“Ma il Figlio dell'uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?”. (Lc 18,8)
venerdì 13 gennaio 2012
Commento al Vangelo II Domenica TO Anno B 15 gennaio 2012.
L’INVITO E LA RISPOSTA
TESTO (Gv 1,35-42)
Il giorno dopo Giovanni stava ancora là con due dei suoi discepoli36 e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: «Ecco l'agnello di Dio!».37 E i due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù.38 Gesù allora si voltò e, vedendo che lo seguivano, disse: «Che cercate?». Gli risposero: «Rabbì (che significa maestro), dove abiti?».39 Disse loro: «Venite e vedrete». Andarono dunque e videro dove abitava e quel giorno si fermarono presso di lui; erano circa le quattro del pomeriggio.
40 Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro.41 Egli incontrò per primo suo fratello Simone, e gli disse: «Abbiamo trovato il Messia (che significa il Cristo)»42 e lo condusse da Gesù. Gesù, fissando lo sguardo su di lui, disse: «Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; ti chiamerai Cefa (che vuol dire Pietro)».
COMMENTO
Il giorno di Natale dell’anno appena trascorso ho avuto l’immensa gioia di amministrare per la prima volta qui in Bénin il sacramento del Battesimo a tre bambini nel corso della Messa celebrata in una Parrocchia. La cosa che mi ha un po’sorpreso , ma non troppo, è che c’erano le rispettive mamme, i padrini/madrine di battesimo ma per nessuno dei tre era presente il padre. Conosco sufficientemente bene la situazione locale e quindi non mi sono scandalizzato, tuttavia le condizioni minimali per battezzare erano presenti e cioè la presenza di qualcuno che si prendesse carico della fede dei battezzati. La Chiesa per amministrare i sacramenti esige la fede, ma non necessariamente la fede di chi il sacramento lo deve ricevere, e pertanto è la comunità cristiana che si incarica di guidare e accompagnare il cammino di questi piccoli attraverso qualche adulto che se ne prenda carico. Quelle tre mamme, si spera anche le madrine, dovranno essere una luce di riferimento per i loro bambini, dovranno essere come la voce di Giovanni Battista che ad ogni momento, soprattutto negli svincoli fondamentali della vita, ammonirà: “ Il tuo Salvatore è Lui, è Gesù di Nazareth, non ce ne sono altri. È lui l’agnello di Dio, cioè è lui che Dio Padre ci ha inviato per espiare tutti i nostri peccati”.
Ognuno di noi, se cristiano, ha beneficiato di questa carità educativa e tuttavia, seguendo il racconto del vangelo di questa Domenica, ci accorgiamo che per completare l’edificio della fede manca ancora qualcosa: manca il si di un’esperienza personale. I discepoli del Battista accolgono l’invito del loro maestro, si recano presso Gesù e questi a sua volta li invita a seguirlo: “venite e vedrete”… e quel giorno si fermarono presso di lui.
Una testimonianza forte e coerente è quasi sempre necessaria per arrivare alla scoperta della persona del Cristo e tuttavia essa non è sufficiente: a partire da questa ciascuno è chiamato a non contare più sul sentito dire e sul vissuto di un altro ma a fare un’esperienza in diretta, sulla propria vita. Vivere liberamente la grazia dei sacramenti, accostarsi quotidianamente alla Sacra Scrittura, scoprire il volto del Crocifisso sul volto di chi ci tende la mano, ecco gli appuntamenti fondamentali dove il Signore ci chiede di seguirlo per andare a vedere dove abita.
TESTO (Gv 1,35-42)
Il giorno dopo Giovanni stava ancora là con due dei suoi discepoli36 e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: «Ecco l'agnello di Dio!».37 E i due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù.38 Gesù allora si voltò e, vedendo che lo seguivano, disse: «Che cercate?». Gli risposero: «Rabbì (che significa maestro), dove abiti?».39 Disse loro: «Venite e vedrete». Andarono dunque e videro dove abitava e quel giorno si fermarono presso di lui; erano circa le quattro del pomeriggio.
40 Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro.41 Egli incontrò per primo suo fratello Simone, e gli disse: «Abbiamo trovato il Messia (che significa il Cristo)»42 e lo condusse da Gesù. Gesù, fissando lo sguardo su di lui, disse: «Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; ti chiamerai Cefa (che vuol dire Pietro)».
COMMENTO
Il giorno di Natale dell’anno appena trascorso ho avuto l’immensa gioia di amministrare per la prima volta qui in Bénin il sacramento del Battesimo a tre bambini nel corso della Messa celebrata in una Parrocchia. La cosa che mi ha un po’sorpreso , ma non troppo, è che c’erano le rispettive mamme, i padrini/madrine di battesimo ma per nessuno dei tre era presente il padre. Conosco sufficientemente bene la situazione locale e quindi non mi sono scandalizzato, tuttavia le condizioni minimali per battezzare erano presenti e cioè la presenza di qualcuno che si prendesse carico della fede dei battezzati. La Chiesa per amministrare i sacramenti esige la fede, ma non necessariamente la fede di chi il sacramento lo deve ricevere, e pertanto è la comunità cristiana che si incarica di guidare e accompagnare il cammino di questi piccoli attraverso qualche adulto che se ne prenda carico. Quelle tre mamme, si spera anche le madrine, dovranno essere una luce di riferimento per i loro bambini, dovranno essere come la voce di Giovanni Battista che ad ogni momento, soprattutto negli svincoli fondamentali della vita, ammonirà: “ Il tuo Salvatore è Lui, è Gesù di Nazareth, non ce ne sono altri. È lui l’agnello di Dio, cioè è lui che Dio Padre ci ha inviato per espiare tutti i nostri peccati”.
Ognuno di noi, se cristiano, ha beneficiato di questa carità educativa e tuttavia, seguendo il racconto del vangelo di questa Domenica, ci accorgiamo che per completare l’edificio della fede manca ancora qualcosa: manca il si di un’esperienza personale. I discepoli del Battista accolgono l’invito del loro maestro, si recano presso Gesù e questi a sua volta li invita a seguirlo: “venite e vedrete”… e quel giorno si fermarono presso di lui.
Una testimonianza forte e coerente è quasi sempre necessaria per arrivare alla scoperta della persona del Cristo e tuttavia essa non è sufficiente: a partire da questa ciascuno è chiamato a non contare più sul sentito dire e sul vissuto di un altro ma a fare un’esperienza in diretta, sulla propria vita. Vivere liberamente la grazia dei sacramenti, accostarsi quotidianamente alla Sacra Scrittura, scoprire il volto del Crocifisso sul volto di chi ci tende la mano, ecco gli appuntamenti fondamentali dove il Signore ci chiede di seguirlo per andare a vedere dove abita.
Iscriviti a:
Post (Atom)